Personaggi: Libanese, Freddo, (nominata) Roberta
Genere: Introspettivo
Avvisi: What if, Slash, Fluff
Rating: PG
Prompt: Storia scritta per la maritombola di maridichallenge (prompt nr.83: questa foto).
Note: Io di questa storia mi vergogno molto perché so che non sta né in cielo né in terra, e che la serie è fatta in modo tale che non mi sarebbe dovuto passare nemmeno per l'anticamera del cervello di scrivere cose simili, ma tanto sapevo che alla fine avrei ceduto perché stavo coccolando la possibilità da troppo tempo per non farlo. Non oso pensare a cosa succederà ora che al primo what if ne è seguito un altro. Non finiranno mai, io lo so. E da questo all'AU il passo è breve. Tragedia...

Riassunto: Lo lasci solo mezz'ora e quello s'addormenta.
SOMETHING RIGHT (for a change)


Il Freddo entra in casa e chiude la porta piano.
Il silenzio immobile che pesa sull'appartamento gli fa pensare che sia vuoto e, visto che non dovrebbe affatto esserlo, mette mano alla pistola che tiene infilata nei pantaloni per sicurezza. Avanza in salotto e maledice il giorno che ha comprato quel posto perché è un unico grande spazio aperto che, al confronto, il suo vecchio garage era più facile da controllare, con una sola via d'accesso tra la zona in cui dormiva e quella in cui smontava le auto rubate. Qua non ci sono punti per ripararsi. Non si può difendere una casa del genere, e proprio non capisce perché il Libanese si ostini a non fargliela vendere, tanto ha comunque bisogno di trovarne una più grande perché là dentro non ci stanno più tanto comodi.
Avanza verso il corridoio che porta alle camere da letto con attenzione, seguendo automatismi ormai collaudati dei quali nemmeno è consapevole. Ha imparato a muoversi con un'arma in mano quando era un ragazzino e non ha più smesso da allora; stringe le dita intorno all'impugnatura e deglutisce, abbassando il ritmo del proprio respiro per non coprire neanche il minimo suono. Si appoggia alla parete e apre la porta della stanza sua e di Roberta, spingendola con la mano bene aperta. Aspetta qualche secondo, per vedere se qualcuno è pronto a sparare, ma non arriva niente.
Si sentono gli uccellini cinguettare dagli alberi in giardino e poco altro. Così si affaccia con cautela e cerca di cogliere tutta la stanza con una sola occhiata, così da essere pronto a reagire, ma non c'è niente e nessuno ad attaccarlo. Tutto quanto è come l'ha lasciato, tranne il Libanese che stava guardando la tv e invece ora dorme sul suo letto, russando anche un po'.
Lo indica con la mano aperta anche se lui non può vederlo e rimette la pistola al suo posto con un sospiro. Libano occupa quasi metà del letto perché è eccessivo perfino quando dorme e allora si allarga, gambe e braccia, fino a coprire tutta la superficie a sua disposizione; accanto a lui, rannicchiata contro il suo fianco, c'è la bambina che si succhia il pollice e non dovrebbe farlo. Roberta non ne sarebbe contenta. D'altronde non dovrebbe nemmeno dormire a quest'ora, perché altrimenti stanotte farà dannare sua madre, ma il Libanese non si preoccupa di questo – tanto quella mica ucciderà lui – né del fatto che dovrebbe essere sveglio soprattutto lui perché la bambina ha solo due anni e non può certo pensare a se stessa da sola.
In realtà la responsabilità sarebbe del Freddo, visto che doveva occuparsene lui mentre Roberta era a lavoro, ma le formiche di Trastevere hanno alzato la voce e qualcuno doveva andare a zittirle, qualcuno di grosso che potesse davvero parlare in nome del Libanese, costretto a fare poco o niente con Scialoja che gli alita sul collo anche se solo esce a prendere una boccata d'aria.
Libano non è uno a cui affidare i bambini, non tanto per lui in sé – che ha abbastanza correttezza nei suoi confronti da non fare cose inappropriate quando la piccola è nei paraggi – ma per il fatto che è pericoloso, che da un giorno all'altro qualcuno potrebbe decidere di fare irruzione nel posto in cui si trova e farlo fuori. Se proprio deve lasciare sua figlia a qualcuno mentre va in giro a spezzare ginocchia, forse Freddo potrebbe lasciarla ad Angelina che è più pratica o alla madre di Roberta, ma la verità è che la prima non gli piace, e lui non piace alla seconda. Libano non è la scelta migliore, ma è quella che lui preferisce, perché in fondo di Libano si fida, anche se in questo momento lo fa un po' meno, visto che lui è entrato in casa e quello nemmeno se n'è accorto.
“Lo lasci solo mezz'ora e quello s'addormenta,” borbotta, togliendosi il cappotto e appoggiandolo su una sedia. Si allunga sul letto per recuperare la bambina, ma non fa in tempo a raggiungerla che le dita del Libanese serrano la presa che hanno sulla caviglia di lei. “Ma sei sveglio?”
L'uomo apre gli occhi di scatto e per un istante lo fissa intensamente come se non riuscisse a mettere a fuoco quello che ha davanti, il che probabilmente è anche vero. “Sei tu,” dice soltanto, con la voce impastata. Si guarda intorno, abbassa lo sguardo sulla figlia del Freddo che dorme pacifica e che di tutto quello che è avvenuto negli ultimi dieci minuti non sa nulla, quindi torna a guardare lui serissimo. “Nun t'avvicinà senza avvertimme.”
Il viso del Libanese si distende sempre durante il sonno, così ora il Freddo può assistere alla lenta metamorfosi delle sue labbra che si imbronciano, del naso che un po' si arriccia e delle sopracciglia che si aggrottano, dandogli nuovamente un'aria incazzata. “Questa è casa mia,” gli fa notare. “E quella è mi' fijia.”
“Sì, ma tu nun t'avvicinà lo stesso mentre c'ho li occhi chiusi e lei sotto mano,” ribadisce il Libanese, senza smuoversi di un solo centimetro dalla sua posizione. “Potrei reagì male.”
Il Freddo non si lascia impressionare, anche perché il Libanese dice un mucchio di stronzate, quindi a stargli dietro potrebbe perdere la strada per tornare a casa. Recupera la bambina dal letto e quella apre gli occhi piano come ha fatto il Libanese, con la stessa smorfietta addormentata.
Non è che come padre sia un granché, lui. Quando Roberta gli ha detto di essere incinta – è successo poco tempo dopo che Libano lo ha convinto a rimanere a Roma con lui – il Freddo ha cominciato a fare un incubo dietro l'altro, immaginandosi cose tremende, tra le quali una strage nell'appartamento del Libanese, durante la festa del primo compleanno del suo primogenito. Nel suo sogno c'era tutta la banda al completo, e finiva con i tappeti ricoperti di sangue. Si è svegliato con l'ansia e i sudori freddi e ha pensato di dire a Robertina che non era cosa, che lui non poteva fare il padre, che non sarebbe stato un bene né per lei né per quel bambino che aveva il diritto di nascere in un posto migliore di Roma quando la comandavano loro.
Solo che non ha avuto il coraggio di aprire bocca, un po' perché non voleva deludere Roberta – che era felice in una maniera che lui non comprendeva – e un po' perché non c'era modo per lui di riuscire ad allontanarsi da Roma senza Libano, non dopo che quello l'aveva fatto restare la prima volta. Non dopo che dividevano ancora il letto, nonostante la presenza di Roberta nella sua vita.
Ci ha rimuginato sopra per giorni, finché qualcuno non ha deciso per lui e quel qualcuno, manco a dirlo, è l'uomo che adesso lo sta seguendo in cucina, grattandosi la pancia mentre lui si aggira tra i mobiletti in cerca di qualcosa da mangiare. Freddo lo ricorda benissimo. Il Libanese è entrato in casa sua e si è piazzato a gambe larghe sulla sedia di cucina, la stessa sulla quale è seduto anche in questo momento, e lo ha fissato finché il Freddo non si è sentito a disagio – cioè praticamente quasi subito – e gli ha chiesto cosa c'era che non andava. Il Libanese ha appoggiato i gomiti sul tavolino rotondo e ha detto: “Se da quarche parte te trovo bijietti pe' lascià Roma, te spacco le gambe, così poi te ne vai striscianno.” Il freddo ha smesso di preparare il caffè e un po' ha deglutito. “Ma de che stai a parlà?” Ha chiesto, fingendosi ignaro di tutto.
“Nun fa er cojone co' me, perché nun è aria. Tu er pupo lo tieni e je stai pure 'ntorno quanno cresce, che se tanto tanto me viè da pensà che te ne voi di novo annà, te a vedi co' me. Ce semo intesi?”
Quella è stata la prima e unica minaccia che il Libanese gli abbia rivolto in cinque anni, ma è stata sufficiente e il Freddo è rimasto; mai si sarebbe immaginato che Roberta lo dicesse anche a lui per avere qualcuno che le parasse le spalle. S'è fatta un sacco furba.
Alla fine la bambina è nata e il primo compleanno lo hanno davvero festeggiato a casa del Libanese che se n'è fregato altamente delle sue paranoie e ha preteso di ospitare la festa della sua figlioccia. Quando sono arrivati, l'appartamento era tutto pieno di palloncini e c'era il Bufalo con un bicchiere di aranciata in mano senza sapere cosa farci, o cosa fare di se stesso ad una festa senza né droga né donne. “A questo a pupetta je dà alla testa più della coca,” ha commentato con la voce roca e il viso imbronciato, indicando il Libanese che inghiottiva pizzette una dietro l'altra.
“Da' qua che te vedo impedito,” il Libanese spezza l'incantesimo dei suoi ricordi e gli toglie la bambina dalle mani. Lei si siede tranquilla sulle sue ginocchia, infilandosi il pugno in bocca. “Allora, com'è andata?”
“Tutto liscio come l'olio,” risponde e solleva trionfante il barattolino di pappetta alla mela che Roberta ha avuto l'accortezza di lasciargli sul bancone della cucina con un biglietto – Falle fare merenda! – ma che lui non ha visto se non dopo una ricerca di venti minuti.
“Chi te sei portato dietro?” Chiede il Libanese, mentre la bambina disegna con la bava sul tavolino. Questo è il motivo per cui il Dandi ha giurato sulla sua culla, il giorno stesso che è nata, che non vuole avere a che fare con lei prima dei dodici anni. Sia mai che gli sporchi le camice di Ivve San Lorant.
“Er Bufalo, c'aveva voja de menà le mani,” risponde il Freddo, che tiene il barattolino della pappetta con due dita, come se gli facesse schifo. E in effetti gli fa schifo, preferirebbe sparare in testa a qualcuno. Dare da mangiare ai ragazzini non è roba da uomini. “Sta ancora là a spezza' le ossa a uno. L'ho lasciato che se divertiva.”
Libano annuisce con aria pensierosa. “Ce vole un po' de movimento ogni tanto,” commenta. “Ce stamo a 'nfiacchì.”
Freddo si è seduto e sta cercando di centrare la bocca di sua figlia con il cucchiaino pieno di pappa. Per qualche motivo gli sembra la cosa più difficile che abbia mai fatto in vita sua: la pappa cade, lei si distrae, e sono più le volte che le sporca la faccia che non quelle in cui effettivamente riesce a nutrirla. Assottiglia gli occhi e fa una mezza smorfia, prima di sospirare per ritrovare la calma che sente scivolare via lentamente. “Nun peggiorà la situazione. Ho già abbastanza problemi de mio, senza bisogno che me ricordi come ce semo ridotti. E te apri sta bocca, pe' piacere. Ma come fa tu' madre a sopportatte tutti i giorni?”
La bambina non lo ascolta, in compenso si volta a guardare il Libanese, che però si è perso a fissare le mensole della cucina.
“Te ricordi? Amo deciso qui che tenevamo 'sta creatura,” commenta con un mezzo sorriso.
Freddo smette di imboccarla per guardarlo un secondo con un sopracciglio sollevato. “Amo? Avete deciso, tu e Roberti'.”
Libano stavolta ride. “E' stata un sacco convincente, nun potevo dije de no.”
Robertina non ha avuto nessuna paura, il giorno che si è presentata al bar di Franco, con addosso il suo bel cappotto a costine marroni e la borsa ben stretta in mano. Ha ignorato l'uomo che dietro il bancone già l'avvertiva che il Freddo non c'era e si è immersa nell'aria fumosa della sala da biliardo, cercando con lo sguardo il Libanese, seduto al tavolo del poker.
Lei e quell'uomo sono venuti a patti quando hanno capito che nessuno dei due avrebbe mai spodestato l'altro dal cuore del Freddo, così hanno instaurato un rapporto di generale menefreghismo e reciproca accettazione, che poi significa che per un tacito accordo non si danno mai noia a vicenda e così vivono tutti felici. Per questo, quando l'ha vista entrare al bar dove non aveva mai messo piede, il Libanese si è preoccupato. Ha subito fatto una smorfia incattivita, per meglio affrontare l'espressione decisa di Robertina che sembrava lì solo per ribaltare il mondo. E lui non era pronto a farselo ribaltare.
Il Libanese le ha chiesto se c'era qualcosa che poteva fare per lei e Roberta ha detto che voleva un posto più isolato per parlare; così lui ha urlato per mandare fuori tutti quanti, costringendo il Bufalo a mollare a metà una partita e per questo scatenando una serie di imprecazioni delle quali, ancora oggi, se si sforza, riesce a sentire l'eco. Roberta lo ha guardato dritto negli occhi e ha detto: “Sono incinta.”
Al Libanese lo stomaco si è stretto al punto che avrebbe potuto sputarlo fuori ridotto ad una pallina da ping pong, ma è stato abbastanza bravo da non darlo a vedere. “E che voi da mé? Guarda che anche se io e l'omo tuo se divertimo, nun c'entro gnente,” ha scherzato.
Roberta non ha riso. Non ha nemmeno accennato un sorriso; anzi la sua espressione si è fatta più seria e ha costretto il Libanese a recuperare la sua più arcigna. “Questo lo so, Pietro, sono qui per un altro motivo,” ha risposto, usando il suo nome di battesimo come fosse sua madre. Il Freddo non lo chiama così nemmeno nei momenti in cui sono da soli. Chiamarlo per nome è stata una manovra infame, ma furba.
Per questo il Libanese ha deciso di ascoltarla e l'ha invitata a sedersi con un cenno del capo. “Parla.”
“L'ho già detto a Fabrizio e credo che non l'abbia presa bene,” lo ha avvertito lei, e lo ha fatto col tono di chi sa che ha davanti qualcuno che può capirla. In effetti è così, perché lui e Roberta non si incrociano quasi mai, ma quello che condividono li rende più simili di quello che credono entrambi.
“Si è rifiutato?” Ha chiesto lui.
“No, ha solo quello sguardo negli occhi.”
Il Libanese ha capito subito che Roberta parlava dell'ombra che nasce negli occhi del Freddo quando è stanco o ha paura, quando vuole scappare lontano, in un posto in cui secondo lui sarebbe più facile vivere, perché non lo conoscerebbe nessuno. Per quanto sia più grande di lui, il Freddo non ha mai capito che ovunque possa andare, i suoi problemi lo seguiranno sempre; che è lui il problema. Come lo è il Libanese.
Così ha sospirato. “Ce penso io, sta' tranquilla.”
Il Libanese si ricorda il primo sorriso che Roberta gli ha fatto, perché in qualche modo gli ha scaldato il cuore. Con quel grazie mai detto, è andato dal Freddo e gli ha fatto paura, soltanto un po', giusto per vederlo tremare sotto il suo sguardo, perché il Freddo non lo fa mai e invece a lui piace.
“Se la smetti de perdetti nella testa e la tieni ferma, forse riesco anche a falla mangià prima de domani, te che dici?” Il Freddo sbuffa e si accascia sul tavolino, quasi arreso.
Il Libanese recupera la bambina che si sporge dalle sue braccia, attirata da chissà cosa e la rimette seduta per bene. “Mangia che sennò te chiudo ner bagagliaio de la porsche e te faccio fa 'n giro che nun te lo scordi.”
Se il Freddo fosse uno che parla parecchio, lo avrebbe richiamato con un urlo, invece lo guarda e basta, allungando il collo e sollevando il mento, come a dire che lui sta lì e se prova a dirlo un'altra volta, potrebbe pure incazzarsi.
Il Libanese non si preoccupa, naturalmente. Potrebbe dirlo altre dieci, cento, mille volte senza sentirsi mai in pericolo di vita né, se per questo, in imbarazzo. Ha intenzione di farlo anche quando la bambina sarà abbastanza grande da comprenderlo; anzi, lo farà soprattutto allora, perché le minacce funzionano sempre.
Difatti ora, quando la imbocca, la bambina mangia, anche se il Freddo lo guarda così storto che potrebbe fargli un buco in fronte semplicemente con la forza delle pupille.
“Che c'hai da guarda'? Mangia, no?” Commenta, accenando alla bambina.
Il Freddo evita di rispondere e raschia il fondo del barattolo col cucchiaio di plastica, come ha visto fare a Roberta ogni tanto.
Libano osserva la bambina che agita le braccia e aspetta l'ultimo boccone. “Certo potevi fallo maschio, che e femmine so' 'n casino poi quanno crescono e comunque nun ce prosegui la dinastia,” ragiona. “Me sa che ne devi fa n'attro.”
“E se poi è femmina pure quella? Nun è che posso passà a vita a fa fijli.”
“Perché no, almeno te diverti.”
Il Freddo scuote la testa e si toglie il peso di quest'ultima cucchiaiata, quindi passa sommariamente il bavaglino sulla bocca della bambina e tira un sospiro di sollievo. “Una basta e avanza. E poi pe' colpa tua semo già in quattro, nun è sufficiente?”
Il Libanese non risponde, allunga solo una mano e gli pulisce la guancia, dove anche lui era sporco di pappa. Sbuffa qualcosa che non è una risata, quanto più un grugnito affettuoso, prima di prenderlo per il collo come al solito e baciarlo. Il Freddo ha come l'impressione che seduti a quel tavolo abbiano appena deciso qualcos'altro; ma dal momento che non sa cosa e che, quasi sicuramente, non vuole saperlo, chiude gli occhi e si perde un po'. Se c'è qualcosa che deve sapere, sicuramente Libano o Roberta faranno in modo che lo sappia.
  1. Deliziosa! Ah, com‘è carina ‘sta storia! Il Freddo padre è una frana, certo, ma penso che Libano sarebbe perfetto! Di storie su questa serie ce ne stanno davvero troppo poche. Comunque, la tua è proprio carina! Brava! ^^

    None to Blame
    15/05/2013 06:20

  2. Stima totale per la ff! Questo what if mi piace un sacco e se per caso ne scrivessi un seguito o una AU lo leggerei davvero con piacere! Vista anche la scarsità di ff più lunghe di 500w di questo pair… Una rarità! Oltretutto piacevolissima e con personaggi IC! Grazie! :3

    Crims
    05/01/2015 04:30

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