Personaggi: Chakuza, Eko, Bill, Bushido
Genere: Hurt/Comfort, Drammatico, Romantico
Avvisi: Slash, Lemon
Rating: R
Prompt: Prova finale (come agli esami) del F3.U.CK.S. Fest di fanfic_italia
Note: Sono piuttosto soddisfatta di cosa è venuto fuori, perché è una storia puccina e io voglio bene a questi due rintronati che hanno sempre grosse difficoltà a mettersi insieme in tutte le mie storie *sospira depressa* Bon, so much for the 10k. Spero che vi piaccia :)

Riassunto: Se fai il ragioniere, il tuo capo non ti chiede di nascondere le sue scopate alla sua ragazza o di occuparti della sua ragazza quando questa scopre le sue scopate – che poi significa che tu, per inciso, non hai fatto bene il tuo lavoro – ma è uguale, in fondo. E' il concetto di base che conta: che il mio capo è uno stronzo e io ci passo sopra perché come tutti ho bisogno di un lavoro.
OPEN YOUR EYES


Io non sono una persona che ama i locali.
Non sono neanche uno che ama le feste, in realtà, e forse per questo ho sbagliato lavoro. Se mi piaceva solo la musica, forse avrei dovuto imparare a suonare uno strumento da camera, trovarmi un posto in un'orchestrina e quindi passare il resto della mia vita seduto su uno sgabello nelle salette comunali a suonare la nona di Beethoven insieme ad altre quaranta persone troppo impegnate a fare bella figura per poter pensare di ubriacarsi prima o dopo l'esibizione. E sì che mio padre sarebbe anche stato contento di poter dire a tutti i vicini che suo figlio Peter suonava il trombone, per dire. O l'oboe; che se dovessi dire cos'è esattamente, non saprei nemmeno definire se è un ottone oppure un legno. Ma già il fatto che io conosca l'esistenza di queste due categorie vi fa capire che non sono affatto un cretino come siete stati abituati a credere e che c'è una parte oscura del mio passato in cui io effettivamente ho rischiato di suonare il flauto traverso, ma grazie a Dio ciò non è mai avvenuto e io posso ragionevolmente continuare a raccontarvi tutt'altro senza vergognarmi anche di questo.
La mia adolescenza l'ho passata a fare tutt'altro. Facevo sport, per esempio, che poi è stata l'unica cosa che mi ha salvato dall'essere un emarginato sociale. Quando fai qualcosa di fisico e lo fai bene, in genere la gente ti ammira. Io facevo palestra, principalmente. Così ho anche risolto un altro problema, che era quello di inventarmi da zero qualità che mi mancavano alla partenza, il che mi ha poi portato a risolvere la questione consequenziale delle ragazze che generalmente non vengono dietro a chi è a malapena poco più alto di loro. A me mancavano centimetri in altezza e, di lì a poco, anche i capelli ma avevo due spalle abbastanza larghe da far passare la cosa inosservata.
In tutto questo però, non ho mai amato i locali, non ho mai amato ballare e, se dovevo bere, ho sempre preferito i pub.
Quindi, tornando al discorso iniziale, per uno come me, a cui stare seduto in un posto buio a bere con brutta musica sparata a livelli disumani fa schifo, gli afterparty sono il male supremo. Se non fosse che sono obbligato ad esserci perché Bushido pretende di averci tutti intorno anche quando è impegnato a fare altro – tipo adesso – io me ne starei a casa mia. Okay, magari non starei proprio a casa e andrei in giro a divertirmi a modo mio, magari chiamerei qualcuna delle donne che stanno sulla mia agendina per un motivo solo – quello –, farei altro, insomma ma di certo non starei qui.
E invece mi tocca starci e mi rompo anche parecchio. Tra le altre cose qui con me c'è Eko che, diciamocelo, non è proprio il ragazzo più sveglio della compagnia. Mi sta parlando da mezz'ora di ragazze in bikini e noci di cocco, e non ho ancora capito dove voglia andare a parare.
Ed è lì, mentre tento di ignorare da una parte Eko che blatera e nemmeno lo sento in questo casino, e dall'altra il casino stesso, che lui compare sulla porta del locale.
Il nostro privé è rialzato dal resto della sala, così da quassù abbiamo una bella visuale, anche se poi non è che stiamo lì appesi alla ringhiera a vedere cosa cazzo fa la gente mentre noi siamo qui. A Bushido piace solo il fatto di stare più in alto di tutto e di tutti, come al solito.
Comunque, dicevo, siamo in alto, da qui si vede tutto, quindi vedo anche l'entrata e lui quando ci passa attraverso è parecchio visibile visto che è una pertica con una cresta di capelli. Mi sporgo per vedere meglio e noto che è da solo. Bill non dovrebbe essere qui. Soprattutto non da solo, perché se è da solo significa che è venuto a cercare noi, cioè Bushido. E Bushido in questo momento sta scopando – mi giro a controllare e non è un modo di dire, sta proprio scopando – con due tizie che poco fa sono passate di qui a chiedere un autografo e lui, evidentemente, ha deciso di farglielo interno.
“Quello là non è il ragazzino di Bushido?” Esclama Eko, sfoggiando una notevole quantità di acume, mentre manda giù una manciata di noccioline. “S'incazzerà di brutto quando si accorge che Bushido se la fa con quelle due.”
“Non deve accorgersene, infatti,” gli batto una mano sulla spalla, mentre inizio a scendere le scale che portano in sala. “Muoviti, dobbiamo fermarlo prima che gli dicano dove siamo.”
Eko alza le mani. “Non guardare me, sono qui per caso. Non sono in servizio.”
“Non puoi rimanere qui mentre il ragazzino ci cerca.”
“Guardami mentre posso,” replica lui. “Io non voglio averci niente a che fare.”
“Eko!”
“Non sono qui per Bushido.”
“E sei qui per...?”
Lui scrolla le spalle. “Una cosa qualsiasi, scegli pure da solo,” risponde, finendo quel che rimane di un bicchiere a caso che probabilmente non è suo.
Io scuoto la testa e scendo le scale di corsa. “Ekram, vaffanculo.”
“Buona serata anche a te, austriaco.”

*


Sembra che la fortuna stasera non giri dalla mia parte.
Generalmente, dall'entrata alle scale che portano al privé c'è tutta una sala strapiena di gente che balla senza lasciarti nemmeno lo spazio per respirare, figurarsi camminare a passo spedito da una parte all'altra del locale, quindi pensavo di avere il tempo di scendere le scale, intercettare Bill a metà strada e magari portarlo anche abbastanza lontano da evitare che senta o veda cose che non deve sentire o vedere se per caso alza la testa e la musica smette di colpo. I lamenti estatici della biondina che Bushido si è tirato addosso con tanta veemenza e che ora è già quasi mezza svestita sono fin troppo alti per essere veri. E Bushido, a mio avviso, dovrebbe rifletterci sopra, ma è chiaro che quell'uomo mira all'atto in sé e non ai benefici che ne trarrebbe se quell'atto fosse fatto come Dio comanda. Anche se non credo che Dio comandi di farsi donne palesemente ubriache e per questo solo parzialmente consenzienti in mezzo ad un locale. E sto perdendo il filo perché sono nervoso.
Il fatto è che io sono qui per questo. Non per divagare, intendo, ma per assicurarmi che non accadano cose come questa, cioè che Bill si presenti a sorpresa in un posto in cui assolutamente non doveva essere. O che non vada dove non deve andare. Insomma che non scopra mai, per nessuna ragione al mondo, che Bushido si concede un po' tutto quello che vuole, anche quello che non potrebbe. Come le due ragazze di cui sopra.
Tutto è iniziato quando Bushido ha deciso che doveva farsi quel ragazzino. Quell'uomo non segue mai una vera e propria logica – per quanto lui cerchi di convincerti del contrario, ben inteso – tutta la sua esistenza è regolata dai suoi capricci. Se una mattina si fosse svegliato deciso a scoprire i nuovi e mirabolanti misteri della zoofilia, probabilmente adesso saremmo allo zoo e io starei evitando che qualcuno lo veda copulare con una capra o chissà cos'altro. Ora, Bill Kaulitz assomiglia un po' ad una scimmietta a volte, ma non lo è, il che è anche peggio perché immagino che se lo fosse lo chiuderemmo in una gabbietta con un paio di banane ogni volta che Bushido ha voglia di divertirsi altrove e non correremmo il rischio di una tragedia imminente quasi ogni sera. Invece, tralasciando le battute sulle banane che mi sono venute in mente – anzi no, ve le dico. No, meglio di no – Bill è libero di comparire a sorpresa nel locale in cui siamo ed è qui che entro in gioco io.
Bushido usciva con Bill da tre settimane quando mi ha preso da parte e mi ha detto “Chakuza, devo parlarti,” con quell'aria da cospirazione governativa che usa sempre in questi casi. Ti mette una mano sulla spalla, si guarda intorno serio come se lo stessero inseguendo gli spacciatori colombiani e poi, dopo questo preambolo, ti spara una cazzata colossale e tu devi far finta di essere sulla sua lunghezza d'onda perché sennò s'incazza e diventa violento, che non è per niente un bello spettacolo e di solito finisce con qualcuno al pronto soccorso e lui in galera a gettare i soldi dalla cella di contenimento direttamente sul poliziotto che l'ha arrestato.
Quel giorno in particolare mi ha detto “Chakuza,” serissimo “Posso fidarmi di te?” Quando inizia così, la miglior risposta è sempre la fuga, ma io non potevo fuggire visto che avevo lui davanti e un muro dietro, quindi lui ha avuto tutto il tempo di dirmi che quella di Bill era una questione, per così dire, delicata ed era meglio che non venisse a sapere di certe sue... necessità. Necessità è una bella parola che usiamo tutti quanti per definire le scopate non programmate che saltano fuori dopo un concerto, questo tanto per chiarire che Bushido non ha necessità di un tipo che Bill potrebbe condividere con lui. A meno che non si organizzino per una cosa a tre, cosa che dubito sia possibile e poi comunque non sarebbero affari miei.
Il fatto è che Bushido non ha preso la cosa seriamente. Non è affatto innamorato di Bill, il che potrebbe essere perfettamente comprensibile se entrambi – lui e Bill – fossero consapevoli della cosa, ma non è così. Bill lo venera, per usare un eufemismo.
Questa storia d'amore, dal suo punto di vista, è una cosa molto romantica – anche se fatico a capire che cosa ci sia di romantico in un uomo che sostanzialmente ti tratta come un bell'oggetto prezioso di cui lui è l'unico proprietario e che crede di avere su di te ogni tipo di esclusiva, ma non è questo il luogo in cui analizzerò i baratri più oscuri del cervello di un ragazzino che accetterà il fatto di essere maschio solo quando dovrà cambiare sesso.
Questo è però il luogo in cui io impedisco a quel cervello di realizzare che il grande amore della sua vita è in realtà uno stronzo – io ho grande rispetto per Bushido, ma è uno stronzo – e porto il ragazzino lontano da qui.
“Bill!” Esclamo, appena giù dalla scala. Non so come abbia fatto ad arrivare tanto velocemente, ma non dovrebbe averlo fatto. Mi appoggio quasi disteso sul corrimano, non so se sembro tanto a mio agio. Non lo sono. “Che ci fai qui?”
Lui risplende in mezzo alla discoteca. “Sorpresa!” Esclama allargando entrambe le braccia.
“Sorpresa,” ripeto io fingendo entusiasmo, e vorrei che Zeus esistesse, fosse seduto sul tetto di questo edificio e mi fulminasse ora.
“Mi sono liberato all'ultimo momento e sono venuto a trovare Anis. E' qui?” Mi chiede, facendo un passo avanti. Io gli sbarro la strada.
“No,” rispondo.
“No?” Bill sembra confuso. Lo vedo spostare l'anca tutta da un lato e appoggiarsi una specie di borsa da donna contro una gamba. “Ma ho visto la sua auto nel parcheggio.”
Naturalmente ha visto la sua auto nel parcheggio. Mai che Bill – generalmente incurante di qualsiasi cosa lo circondi, perché lui solo è il centro del mondo – non notasse solo ed esattamente quello che per una volta avrebbe dovuto ignorare. “Volevo dire che è qui ma non nel privé,” mi correggo.
“Oh e dov'è allora?” Mi chiede, guardandosi intorno come se fosse davvero possibile distinguere una persona dall'altra in mezzo a questa calca.
“In giro,” annuisco. Quindi lo prendo per le spalle e lo trascino giù dalle scale e verso la pista. “E' una brutta serata questa. Sai, affari, gente che gli chiede favori, forse è meglio se lo chiami domattina.”
“Ma voglio solo salutarlo!” Protesta lui.
“Lo sai come reagisce quando lo si interrompe mentre lavora,” insisto. “Perché non... perché non ci prendiamo una cosa da bere e poi ti riporto a casa? Che ne dici?”
“Grazie Chaku, ma sono venuto con la mia macchina.”
“Potremmo mandarla a prendere dopo,” insisto io. “Se bevi non puoi tornare a casa da solo.”
Lui sorride. “E tu vorresti dirmi che sei abbastanza sobrio da riaccompagnarmi?”
“No,” ammetto, “ma reggo l'alcol meglio di te.”
Lui ridacchia, quindi mi dà un bacio veloce su una guancia e poi mi supera prima che io possa effettivamente impedirglielo. “Solo cinque minuti, promesso!” Mi dice, voltandosi mentre sale le scale. “Non lo disturberò troppo!”
“Bill aspetta!” Gli corro dietro ma lui fa, tipo, tre scalini alla volta e io non posso fisicamente competere con una giraffa in corsa.
In cima alle scale incrocia Eko, che è ancora impegnato ad ingurgitare salatini. Sento solo il turco dire “Ciao Bill,” con tono rassegnato prima che l'aria, letteralmente, si raffreddi e chiunque nel raggio di tre metri rimanga paralizzato nell'ultimo gesto compiuto. Quando arrivo in cima alle scale è troppo tardi. Bushido ha avuto la decenza di fermarsi, almeno, ma ha ancora la bionda sulle gambe e quella guarda Bill e gli altri come se non capisse cosa sta succedendo. D'altronde, dal suo punto di vista, non vede il motivo per cui Bushido dovesse smettere di scoparla. Come darle torto?
Bill è in piedi e osserva Bushido come se non credesse ai propri occhi e, anche dal suo punto di vista, così come da quello della bionda, non gli si può dare torto. Per lui Bushido era perfetto fino a due secondi fa. In due secondi è diventato, posso azzardare, un viscido traditore bastardo.
Non dice una parola. Si volta e inizia a correre. Sia io che Eko vediamo le lacrime che gli rigano le guance, solo che lui esclama “Addio Bill,” con lo stesso tono di prima mentre io mi volto verso Bushido e scopro con una certa quantità di disgusto che non ha fatto altro che riprendere da dove era stato interrotto. D'accordo, io gli ho retto il gioco fino a questo momento e non ne vado fiero, ma ho un limite che lui evidentemente non ha problemi a superare.
“Atze, non hai intenzione di fare niente?” Chiedo.
Lui solleva la bocca dal collo della bionda. “Gli passerà,” mi dice. Poi sembra valutare la situazione e sospira, lanciandomi le chiavi della BMW.
“E che cosa dovrei farci?”
Lui si stringe nelle spalle. “Trovalo e portalo dal fratello. Ci penserà lui.”
Non posso nemmeno dirgli che Bill è venuto con la sua auto perché ha già ripreso a mordere il collo della bionda.

*


Nel momento in cui Bushido mi ha ordinato di recuperarlo, io non ho davvero pensato a ciò che mi ha detto perché, se lo avessi fatto, forse lo avrei mandato a fanculo. Ci sono cose che io proprio non sopporto e una di queste è la mancanza di rispetto. Mi si potrebbe anche dire che forse, se non sopportavo la mancanza di rispetto, potevo cantare da solo, o magari fare il ragioniere, anche darmi all'omicidio seriale volendo, ma di certo non mettermi a cantare con Bushido che il rispetto – se non si parla di quello che gli altri devono a lui – non sa nemmeno dove sta di casa. E in effetti è così, non ho nessuna argomentazione in proposito. Se mi facessi un esame di coscienza, scoprirei che Bushido rappresenta tutto ciò che io odio e che se volessi essere coerente con me stesso forse dovrei lasciarlo a bollire nel suo brodo di onnipotenza e fare di testa mia. Mi consolo dicendo che tutti hanno un capo di merda che non sopportano e che io non faccio eccezione. Certo, se fai il ragioniere, il tuo capo non ti chiede di nascondere le sue scopate alla sua ragazza o di occuparti della sua ragazza quando questa scopre le sue scopate – che poi significa che tu, per inciso, non hai fatto bene il tuo lavoro – ma è uguale, in fondo. E' il concetto di base che conta: che il mio capo è uno stronzo e io ci passo sopra perché come tutti ho bisogno di un lavoro.
Mi riesce difficile passarci sopra quando vedo Bill, però, perché il ragazzino sembra proprio distrutto e io, ad essere sinceri, non so bene come prenderlo perché a conti fatti gli ho mentito quanto Bushido. E anche se non l'avessi fatto, come lo prendi un ragazzino che credeva tantissimo in una relazione e ha scoperto che il suo compagno lo tradiva ripetutamente e non ha avuto nemmeno le palle di andargli dietro quando lui l'ha scoperto? Insomma, sono suo amico, non la sua amica del cuore. Non so cosa diavolo fare.
Lo trovo subito appena fuori dal locale. C'è un muretto basso e lui ci sta seduto sopra, gli avambracci appoggiati alle ginocchia. Ora che non ha più quella cascata di treccine, non può più nascondere il viso piegando la testa. In realtà mi aspettavo di trovarlo singhiozzante o qualcosa del genere, ma piange in silenzio. Forse neanche me ne accorgerei senza la traccia nera del mascara che gli attraversa la guancia fino al mento. “Ehi,” mormoro, perché non so cosa dire. Spero che, come al solito, aprendo bocca e dando fiato ai denti – come diceva mia madre – tra la marea di cazzate che usciranno, ci sia anche qualcosa di utile. Non credo di poter fare nient'altro.
Lui solleva la testa e i suoi occhi si posano su di me un secondo soltanto prima che torni a fissare un punto indefinito di fronte a sé, tira su col naso ma non dice niente. Mi siedo accanto a lui e intreccio una mano con l'altra, guardando la strada e ascoltandolo respirare.
Qui finisce tutto quello che so riguardo alla consolazione di un altro essere umano. Io credo che riuscire a dare conforto ad un'altra persona sia qualcosa che hai dentro di te. O ce l'hai o non ce l'hai, non è che lo impari col tempo. Voglio dire, se proprio sei privo di grazia, se sei uno che non sa dire le cose in un certo modo, per dire, ecco in quel caso puoi imparare a stare zitto o a morderti la lingua e non dire mai la prima cosa che ti viene in mente, scegliendo di dire la seconda; ma per quanto ti sforzi, non potrai mai – e dico mai – imparare qual è la cosa giusta da dire.
Per capire una persona che sta male, bisogna percepirne il dolore come se fosse proprio o saper immaginare quanto male possa fare un certo tipo di dolore. Fatto questo, bisogna chiedersi di cosa abbia bisogno questa persona per allontanare quel dolore. E tutta questa serie di domande e risposte non può avvenire nel corso di una vita, il processo deve prendere al massimo due o tre secondi, la reazione dev'essere quasi immediata perché una persona che sta male conta su di te per stare un po' meglio.
Ecco, io mi fermo al punto uno: non sono per niente empatico. Se c'è qualcosa che ti far star male, io posso oggettivamente capire il motivo per cui stai male – cioè mi rendo conto del perché Bill abbia il cuore spezzato – ma non ricordo come ci si sente a stare come stai tu. Mi è sicuramente capitato di stare allo stesso modo, solo che non lo ricordo perché dimentico in fretta le sensazioni e questo m'impedisce di provare ad immaginare cosa provi tu adesso, anche se fosse la stessa identica cosa che ho provato io. Finisce che questa cosa non me la sento addosso e per questo non ne sono coinvolto. Quando questo succede, in genere, ti viene detto che sei insensibile o che non te ne frega niente degli altri, in realtà non è affatto così. Se davvero non mi importasse di qualcosa, non perderei nemmeno tempo a chiedermi come dovrei reagire. Quello che appare come menefreghismo è, in realtà, l'incapacità di gestire la situazione, ma naturalmente non è che puoi stare lì a spiegarlo alla gente, di sicuro non posso spiegarlo a Bill che – posso supporre – ora si sta chiedendo cosa farsene degli ultimi cinque mesi in cui ha fatto avanti e indietro dalla camera di Bushido, per essere considerato apparentemente come una delle tante donne che c'erano passate già prima di lui.
Il ragazzino mi conosce però. Abbiamo passato un sacco di tempo insieme ultimamente e, visto che a lui piace lamentarsi di qualunque cosa, già sa che io non sono mai stato capace di consolarlo, quindi è lui a parlare per primo. “Da quanto?” Chiede. E' una pessima domanda. Lo guardo e sto per rispondergli, quando scuote la testa. “No, lascia perdere, non voglio sentirtelo dire. E' già abbastanza deprimente così com'è senza che tu aggiunga altro.”
Rimaniamo in silenzio per un tempo lunghissimo e sono così concentrato sul disegno dissestato delle mattonelle sul marciapiede che non sento più neanche il chiacchiericcio e la musica provenire dal locale. Forse adesso dovrei, non so, battergli una pacca sulla palla e dirgli “Su, coraggio,” credo. O forse non è abbastanza. Insomma, cosa significano quelle due parole messe lì così? Che coraggio vuoi che abbia, mica può farci niente.
“Poteva almeno venirmi dietro, no?” Esclama all'improvviso, tirando su col naso. Io lo guardo e lui sbuffa una risatina nervosa. “Anche solo far finta che gli importasse qualcosa...”
“Bill...” Non faccio in tempo a finire – non faccio in tempo a dire per intero una cazzo di frase che sia una stasera – che il ragazzino scoppia a piangere e mi si getta tipo addosso, nascondendomi il viso nella maglietta. Stringe forte la stoffa tra le dita e, singhiozzando, si scuote tutto. Per un attimo rimango con le mani un po' sollevate, senza toccarlo, mentre lui praticamente prende possesso dei miei vestiti per piangerci dentro e mi ricorda un po' mia sorella Clara che bene o male fa la stessa cosa quando piange. Anzi, fa la stessa cosa in generale: si mette con degli stronzi e poi finisce da me in lacrime a chiedermi perché se li trova tutti stronzi e io vorrei risponderle che deve avere un radar per queste cose e non posso. Posso solo abbracciarla e dirle che si rimetterà tutto a posto.
Così quando, tra un singhiozzo e l'altro e anche un po' di bavetta, Bill mi chiede: “Peter, ma perché l'ha fatto?” io lo abbraccio e gli appoggio il mento sulla testa, con un sospiro.
“Perché è uno stronzo, Bill,” dico. Lui si scuote ancora un po' e finisce di usare la mia maglia come fazzoletto. “Ma si rimetterà tutto a posto, vedrai.”

*


Alla fine l'ho portato a casa io, anche perché non era affatto in condizioni di portarsi a casa da solo. Però abbiamo preso la mia macchina e quando gli ho chiesto se voleva andare da Tom, mi ha risposto di no. Da qui a casa sua, che si trova dall'altra parte del mondo, c'è voluta quasi mezz'ora e lui ha smesso di piangere durante il tragitto, anche se adesso ha ripreso a guardare le cose con l'occhio un po' perso e quindi più che discutere con lui e tirarlo su di morale, sto facendo un monologo, blaterando prevalentemente a caso. Quando arriviamo al suo palazzo, devo fisicamente accompagnarlo dentro. Saluto il portiere che mi conosce e lo trascino dentro l'ascensore, spingendo il bottone del quarto piano. Lui aspetta che le porte dell'ascensore si chiudano per appoggiarsi di nuovo a me come ha fatto finora ogni volta che poteva. Sembra quasi che da solo non riesca più a reggersi in piedi e credo che sia normale, deve essersi svuotato a furia di piangere. Lo accompagno fin dentro casa e penso di aver esaurito il mio compito quando lui praticamente si lascia andare come morto sul divano e ha tutta l'intenzione di rimanerci per sempre, lì com'è, lungo disteso sui suoi discutibili cuscini zebrati. Quando faccio per salutarlo e andarmene però, lui mugola qualcosa di incomprensibile e io sono costretto ad avvicinarmi.
“Resti un po' qui?” Mi chiede. E io penso che non voglio davvero restare qui perché sono già le due e lui, mi sembra, ha una gran voglia di piangere quindi lo farà e sarà tremendo e io dovrò stare qui a consolarlo finché, con ogni probabilità, non gli si prosciugheranno gli occhi e collasserà nel sonno più profondo che si sia mai visto. Senza che per altro io gli abbia detto una sola parola utile o che sia stato utile in generale, con la mia presenza. In ogni caso...
“Certo,” dico. Che altro posso fare? D'altra parte mi sento un po' responsabile della situazione visto che in un certo qual modo l'ho resa possibile e cercare di evitare che il cantante dei Tokio Hotel si suicidi stanotte per i suoi problemi sentimentali è un buon modo per espiare.
Restare lì con lui significa ritrovarselo addosso perché Bill non è capace di processare le sue depressioni senza farsi coccolare. Così mi siedo sul divano e lui mi gattona di fianco l'attimo successivo, sistemando la testa nell'incavo del mio collo incurante di cose basilari come il mio spazio fisico personale e l'osso della mia spalla che non può piegarsi nell'angolo che servirebbe a lui; però sembra così rilassato quando finalmente trova la posizione comoda, che non me la sento di muovermi e rimango rigido a fissare il suo appartamento avvolto nel buio perché lui entrando ha acceso solo una minuscola lampada da tavolo – a strisce anche quella – e io volevo andarmene per cui non mi è venuto di mettermi ad accendere lampadari.
“Grazie,” mormora alla fine, rompendo il silenzio. E quando io non rispondo, all'ovvia ricerca di qualcosa per cui dire prego, lui aggiunge: “Per essere stato qui con me, anche se non dovevi.”
“Siamo amici, no?”
Lui a quel punto si solleva un po' e rimango sorpreso quando mi bacia su una guancia, guardandomi da sotto due ciglia pesantissime.
Sto ancora sorridendo intenerito per il gesto quando le sue labbra scivolano sulle mie e lasciano un bacio anche lì. “Bill?”
Lui mi prende il viso tra le mani e mi bacia ancora, sedendomisi addosso e impedendomi qualunque movimento che non sia quello di ribaltarlo lì dov'è, cosa che per istinto non farei mai. Sento il suo corpo sistemarsi tra le mie braccia, o sono loro a sistemarsi intorno a lui. Non lo so, so solo che è automatico e non riesco a fermarmi o a fermare lui che ha schiuso le labbra, leccando le mie, in un invito che provo a rifiutare solo finché lui non mi spinge forte contro lo schienale del divano e mi si pressa contro con un'urgenza così disperata che non posso fare a meno di accoglierla, fosse anche solo per tranquillizzarlo.
In tutto questo io dovrei sapere che stiamo facendo in due una cazzata enorme, anzi forse la sto facendo soltanto io perché sono più lucido, più grande e dovrei capire meglio di lui che lui si comporta così solo perché è molto triste o molto arrabbiato o sa il cazzo cosa, sta di fatto che non lo so e quando lui mi morde le labbra e mugola infastidito e ansioso perché non riesce a togliermi la maglia, io lo aiuto. E mentre io mi spoglio, lui fa lo stesso, maneggia la zip dei pantaloni che è ancora in ginocchio su di me e ogni tanto si china a baciarmi come se avesse paura che se interrompe il contatto, forse i nostri cervelli ripartiranno con un vago rumore di benzina bruciata e allora sarà un gran casino e dovremmo spegnere la luce per guardarci in faccia.
I nostri cervelli non si riprendono affatto e io faccio spazio sul divano, gettando ovunque quegli orrendi cuscini zebrati e tirando giù lui che mi si abbarbica addosso, una delle sue gambe allacciate alla mia schiena e l'altra da qualche parte che si scosta per farmi spazio sopra di lui.
Mi adatto un po' come viene, perché io con un uomo non ci sono mai stato e mi muovo seguendo il suono dei suoi gemiti, ma sembra funzionare perché lui reclina la testa e mugola in un modo che potrebbe anche bastarmi così. Quello che provo io, invece, è una sensazione talmente forte che ad un certo punto potrei anche esplodere da quanto sto bene, finché lui non mi tira giù e mi bacia aggrappandosi a me e credo di perdere il controllo. Lo afferro meglio, appena sotto il sedere e me lo tiro addosso un'ultima volta. Quando mi sciolgo dentro di lui, Bill emette un sospiro forte che mi scende fin quasi in gola, poi crolliamo distesi lì dove siamo e ad occhi chiusi penso sia meglio che domattina non arrivi mai.

*


La mattina arriva anche prima del previsto perché sono appena le otto quando un rumore fortissimo giù in strada mi sveglia di soprassalto e balzo in piedi praticamente all'istante, convinto che si tratti di due colpi diretti a me e usciti dalla Heckler che Bushido si ostina a tenere infilata nei pantaloni anche se poi non la usa mai.
Magari stavolta l'ha usata perché io ho messo le mani sul suo ragazzo anche se tecnicamente non è più suo visto che Bill lo ha scoperto a scopare con qualcun altro. Certo non si sono detti che si lasciavano, ma Bushido lo ha mandato ampiamente a fanculo, per cui è ragionevole pensare che non stiano più insieme. In ogni caso, io non lo so cosa pensa Bushido. Magari pensa che anche se lo ha lasciato, meno di otto ore è un po' poco per prendere e scoparsi il suo ragazzo che magari non lo è più ma diciamo che è ancora in odore di essere suo. Magari ci vogliono più giorni, o che so, dei mesi, perché un ragazzo di Bushido non sia più effettivamente suo. Un po' come con certe analisi che tu le fai e poi per fare la stessa analisi una seconda volta devi lasciar passare un certo periodo di tempo. Magari è così e io non ho aspettato abbastanza, cioè Bill non ha aspettato abbastanza perché ad onor del vero io volevo andarmene via – non avevo nemmeno acceso la luce tanto ero di fretta! – e Bushido è venuto a vendicare il suo onore, le regole del ghetto o chissà cosa. Insomma sono morto. Sono morto e sono in piedi in mutande nel salotto di Bill a guardare il mio corpo privo di vita tra i cuscini zebrati. Che morte atroce.
Mi accorgo che non sono morto quando Bill entra nella stanza e guarda me, non il mio ipotetico cadavere sul pavimento, quindi o è un sensitivo oppure io non sono una creatura ormai ectoplasmatica rimasta su questa terra perché ho ancora delle questione irrisolte. Per un attimo sospiro di sollievo e poi mi rendo conto che anche se non sono morto, la questione irrisolta ce l'ho e siamo io e Bill, che dev'essere sgattaiolato via stanotte mentre dormivo.
“Ciao,” mormora.
“Ciao,” sorrido mentre recupero i miei pantaloni e cerco di darmi una sistemata. Lui ha su il pigiama che gli pende addosso come se dentro lui in realtà non ci fosse. Mi vesto in fretta e lui si guarda i piedi. Quando mi chiede se voglio un caffè, io gli rispondo di sì anche se non mi va, così ha una scusa per andarsene dalla stanza come desiderava nel momento esatto che ci ha messo piede e si è accorto troppo tardi che ero sveglio.
Ci sediamo intorno al tavolo in silenzio e lui spinge verso di me prima la tazzina e poi la zuccheriera senza dire una parola. Dopo un po' il suono dei cucchiaini che sbattono contro la ceramica comincia ad irritarmi, così decido che posso essere io quello che inizia questa discussione.
“Ascolta Bill...”
“E' stato un errore,” fa subito lui, che non è esattamente la frase che mi aspettavo. Intendiamoci, da un certo punto di vista mi solleva che lui non abbia deciso così su due piedi che sono l'amore della sua vita perché non sono sicuro di vederla in questo modo nemmeno io. Però, ecco, essendo lui il personaggio che è, me lo aspettavo un po' più confuso.
“Eri molto scosso,” annuisco. “E io molto poco presente. Avremmo potuto evitarlo ma se siamo entrambi sicuri della situazione allora possiamo fare come se non fosse--”
“Non dovevo farlo,” m'interrompe. “Non è così che sistemerò le cose con Bushido. Tu non glielo dirai, vero?”
Non glielo dirò perché non sono un suicida, ragazzino, ma ciò non significa che lui possa uscire da questa casa e voler davvero sistemare con Bushido. Insomma, non capisco cosa ci sia da sistemare, cosa lui creda di poter fare. “Bill, io non credo che tu capisca,” tento.
“Non ci ho parlato, ieri sera.” E quando alza gli occhi su di me, c'è così tanta determinazione nei suoi occhi che io penso Oh Gesù ed è lo stesso Gesù che mi viene in mente quando mi tocca accompagnarlo a fare spese e lui decide che in due ore possa attraversare la città evitando il traffico dell'ora di punta e avanzando abbastanza tempo da visitare qualche altro negozio. No! E' un suicidio! Non ce la faremo mai quindi Oh Gesù!
“Parlarci? Bill era con un'altra donna!” Protesto e lui mi guarda. “Okay, con una donna! Quello che voglio dire è che-”
“Ha sbagliato,” conclude lui. “Tutti sbagliano. Anche noi lo abbiamo fatto ieri sera.”
Con l'unica differenza che Bill era molto sconvolto e io vagamente ubriaco, mentre Bushido sbaglia dal giorno dopo che si è messo insieme con Bill, quando lui e quattro tedesche di Amburgo si sono chiusi in camera sua e non ne sono usciti per un week end, ma come dirlo ad un ragazzino che, già lo vedo, è partito per la sua crociata personale, pronto a cambiare in meglio il suo tormentato uomo?

*


L'unica cosa che sono riuscito ad ottenere dopo quasi quaranta minuti di preghiere, è di accompagnarlo. In fondo la sua macchina era rimasta al locale e, a meno di non voler prendere i mezzi con il suo faccino universalmente riconosciuto anche dal più anziano venditore di calzini in uno sperduto paesino dimenticato da Dio nella Santa Madre Russia, doveva per forza farsi portare dal sottoscritto. Per altro con la macchina del suo uomo che ieri sera s'è fatto trovare con un'altra. Questa situazione è talmente surreale che se me la fossi inventata, non sarebbe venuta più assurda.
Durante il tragitto ho provato a dissuaderlo da questo folle piano in cui lui si presenta alla Villa Gialla, chiede udienza, la ottiene e dopo una plateale scena di vicendevole perdono, i due si amano di nuovo follemente.
Bill è così convinto che il loro malinteso – che detto così sembra che Bushido non abbia capito l'ora giusta per andarlo a prendere, non che si sia infilato in orifizi anatomici che non gli competono – sia, innanzi tutto, un malinteso appunto, e che sia anche risolvibile. Suppongo che nella sua testa si stia svolgendo un dialogo surreale, del tipo “Bill, mi dispiace tanto, sono inciampato e lei veniva di strada: il suo corpo mi ha impedito di fracassarmi al suolo” “Certo, ho solo frainteso quello che stavo vedendo!” o una roba simile. E io non so come fare ad impedire che questa tragedia di proporzioni epiche si compia. Non ho idea di come inizierà di preciso, ma di sicuro so come andrà a finire, perché conosco Bill ma soprattutto conosco Bushido che consegnandomi le chiavi della BMW ieri sera, non si aspetta minimamente che io gliela riconsegni con dentro Bill. Né si aspetta che Bill gli suoni il campanello di casa alle undici del mattino, con addosso i suoi occhiali da sole da diva del cinema in bianco e nero e me lì di fianco, in piedi come un deficiente.
Io comunque, aspetterò fuori, perché questi sono affari loro e anche per una buona dose di fifa, visto che ho sempre addosso la sensazione che ci sia un proiettile per me da qualche parte. In più sono quasi certo che quando uscirà di corsa e in lacrime da questo stesso cancello che adesso si sta aprendo dopo che ha fatto il suo nome alla domestica attraverso l'interfono, Bill avrà bisogno che qualcuno lo recuperi al volo, prima che si getti di testa nel primo fiume disponibile. A quanto pare il mio ruolo in questa faccenda è impedire che milioni di ragazzine nel mondo piangano la morte del loro cantante, suicidatosi per amore.
Aspetto più di quanto pensavo avrei aspettato. Finisco anche per sedermi a terra, appena fuori dal cancello e a giocare con Skyline che fa capolino col muso tra le sbarre e scodinzola, da quel gran cane da guardia che è. Poi, quando ormai penso che davvero, probabilmente, quei due di sono messi a posto nel modo in cui Bill aveva progettato – in fondo Bushido è completamente fuori di testa e Bill così innamorato che magari è passato sopra alla stronzaggine, alle donne, alle corna, qualunque cosa – ecco che sento la porta di casa sbattere con forza e il cancello si apre con un rumore metallico. Il labrador si sposta per non essere investito e scodinzola ancora più forte quando Bill gli passa davanti a grandi falcate, gli occhiali da sole che non coprono le lacrime nere di trucco e la borsa stretta sottobraccio. Una cosa che generalmente mi dà da pensare su di lui – e da poco anche su di me, visto quello che è successo ieri sera – ma che adesso non noto nemmeno perché il ragazzino sembra tanto sconvolto da non ricordarsi che sono stato io a portarlo qui e che l'ho anche aspettato.
“Bill!” Lo chiamo, quando vedo che esce in strada e parte in quarta, Dio solo sa dove. Nel sentire il suo nome si ferma e guarda in giro, tirando su col naso e cercando di cancellare le lacrime già versate come se non avessi già potuto vederle e come, appunto, non si ricordasse minimamente che questo fra me e lui non è uno di quegli incontri casuali che capitano proprio al momento sbagliato.
Lo raggiungo a passo svelto e lo giro per una spalla. “Ehi, aspetta. Che è successo?” Non gli chiedo com'è andata solo perché è evidente. Il che presuppone da parte mia un notevole sforzo mentale e di coordinazione cervello-bocca. Quasi mi compiaccio da solo.
“Niente,” mormora lui. “Non è successo assolutamente niente.”
Sospiro perché sarà più lunga del previsto. Mi ricorda sempre di più mia sorella quando decide di fare di testa sua nonostante i pareri contrari di tutta la famiglia e di qualsiasi persona sia venuta a conoscenza del suo problema. Generalmente, di qualunque cosa si tratti, poi ovviamente va a finire male, lei finisce in lacrime e quando tu le chiedi cosa sia successo, non è mai successo niente. E' interessante quante cose mai successe siano in grado di far piangere un adolescente fin quasi a prosciugarsi gli occhi.
Bill intanto si agita sul posto, come avesse fretta di andarsene. “Vuoi che ti riporti a casa?” Gli chiedo.
Lui fa un sospiro profondissimo, neanche l'aria rimasta l'avesse in fondo ai piedi e dovesse tirarla su da lì – e sarebbe tanta strada visto che è lungo. “E con cosa ci andiamo a casa? Con la macchina di Bushido?”
Su questo ha ragione e pure io potevo pensarci. Dal momento che non credevo assolutamente possibile che questa cosa tra i due si risolvesse in questo modo, avrei dovuto prendere la mia e riportare l'auto a Bushido in un secondo momento. Ora siamo senza auto, io non posso entrare alla Villa Gialla solo per riportare le chiavi della BMW per poi uscirne subito dopo e riaccompagnare lui non so come. “Prendiamo un taxi?” Offro.
Lui non risponde, fa spallucce. Come se non gli fregasse niente di tornare a casa o di rimanere lì. Immagino che nella sua testa la sua vita sia finita e che il mondo può andare tutto quanto in malora se proprio deve, che tanto ormai per lui non c'è più speranza. Sempre Clara, naturalmente.
Chiamo un taxi e, intanto che aspettiamo, ci sediamo sul marciapiede. Lui si avvolge la testa con la sciarpa e si calca bene gli occhiali sul viso. Penso che se qualche ragazzina scalmanata passa di qua in questo momento – alle volte capita che vengano a fare pellegrinaggio di fronte alla casa di Bushido come se fosse un luogo sacro, tipo la Mecca, per dire – Bill se la mangerà viva e si pulirà i denti con le sue ossa, che è un'immagine molto cruenta ma, vi assicuro, molto plausibile. Non è solo triste come ieri sera, è anche arrabbiato e frustrato. Gli tremano le mani mentre cerca in borsa il pacchetto di sigarette e ne accende una. Le sue dita ci mettono un po' ad obbedire quando prova a far funzionare l'accendino.
“Ma quando arriva questo cazzo di taxi?” Sputa fuori, dopo nemmeno due minuti. Se stare qui seduti in silenzio con qualcosa di non detto che aleggia nell'aria è per lui imbarazzante anche solo la metà di quanto lo sta diventando per me, allora posso capire che voglia vedere il taxi comparire dal nulla.
Recupero un bastoncino dal marciapiede e mi metto a disegnare figure nel terriccio sotto l'albero piantato lì di fianco. In verità non so nemmeno cosa fare. Non posso dirgli che glielo avevo detto, perché perfino io so che è l'ultima cosa da dire in questi casi. E, naturalmente, lo so per esperienza perché prima di capirlo mi sono fatto mandare a fanculo da molte persone diverse.
Mi schiarisco la voce, pregando che qualcuno lassù – chiunque sia all'ascolto, non fa molta differenza, io sono aperto a tutte le religioni quando possono togliermi dai guai – veda la mia miseria, la compatisca e mi dia una mano a liberarmene. “Vuoi dirmi com'è andata?”
“No.”
Ottimo. Avevo sperato che mi lasciasse uno spiraglio aperto, un qualcosa a cui attaccarmi, anche un'offesa, per dire, qualcosa a cui io potessi rispondere e da lì proseguire. E invece mi ha bocciato il tentativo sul nascere. Mi gratto la nuca e guardo all'inizio della strada. Adesso mi chiedo anche io dove sia il cazzo di taxi che ho chiamato ben tre minuti fa.
Rimaniamo nuovamente in silenzio, ed è un silenzio pesantissimo. Uno di quelli che ti fa venir voglia di alzarti, pulirti le mani sui pantaloni e dire: beh, io ho molto da fare. E' stato bello, ci vediamo. E poi camminare il più in fretta possibile, proprio per non dare modo all'altra persona di fermarti e tenerti lì ancora un po'. Un silenzio dal quale ti immagini di fuggire via in un lampo, con la nuvoletta dietro, come nei fumetti.
“Non mi ha fatto nemmeno parlare,” esclama Bill all'improvviso, dopo non so quanto tempo, che io ormai ho disegnato per terra un arabesco enorme. E per un attimo non capisco di cosa stia parlando: il mio cervello ha lasciato perdere l'argomento istantaneamente dopo la sua negazione. Ora per riprendere il discorso lo sento girare al contrario, come quando premi il pulsante della segreteria per riascoltare i messaggi registrati. Sento proprio il ronzio delle rotelle ed è così forte che quasi mi chiedo come non faccia a sentirlo anche lui. Ma Bill è troppo preso per prestare attenzione a me o alle mie rotelle arrugginite. “Sono entrato nel suo studio e mi ha chiesto cosa diavolo ci facessi lì.”
D'accordo, Bushido. E non mi sorprende che lo abbia accolto così. D'accordo, forse un po' di gentilezza non avrebbe guastato, ma Bushido non è uno gentile. Se deve convincerti di qualcosa, parlare ai microfoni in televisione o portarsi a letto una donna, allora si trasforma e diventa l'elegante uomo d'affari tunisino che si è ripulito dal ghetto ed è diventato un gentiluomo. Quello che con i sorrisi stende le giornaliste; ma se gli arrivi in casa senza preavviso e gli chiedi spiegazioni su una cosa che, presumibilmente, era molto chiara, ti manda a quel paese senza tante cerimonie. Che non è affatto carino, ma è lui, appunto. E questo Bill non lo sapeva perché Bill era quello che Bushido doveva convincere e portarsi a letto, quindi con lui è sempre stato fascinoso e gentile e dolce. Tutte cose che non è, se lo conosci. Ma io non posso dirlo, questo, al cosino qui, che mi siede accanto e che non so se sia incazzato con Bushido perché ha fatto lo stronzo, con me perché non gliel'ho detto o, peggio, con se stesso perché non ha voluto, per nessuna ragione al mondo, leggere i segni che erano sparsi ovunque – e dire che una donna che cavalca il tuo uomo è un segno al neon bello grosso, direi.
Ma esattamente come mia sorella, ed è brutto da dire ma come ogni donna dell'universo, lui non ha veramente bisogno di sentirsi dire un bel niente, ma solo di qualcuno che lo stia a sentire, giusto perché se si mette a sbraitare da solo per strada poi arriva qualcuno che lo vorrà portare in manicomio. Quindi in sostanza, non devo far altro che stare lì ad ascoltarlo.
“Gli ho chiesto se potevamo parlare,” continua, guardando di fronte a sé. “E lui mi fa: e di cosa? E io: di quello che è successo ieri sera! E lui dice: mi sembrava che la situazione fosse chiara!”
Come ho appena detto, appunto.
“Chiara?” Continua Bill e questa volta si gira proprio verso di me, cerca comprensione e io sento di nuovo il panico che se ne stava andando – convinto che il ragazzino avrebbe iniziato e finito da solo – e che invece ora torna indietro, mi si abbarbica ad una gamba e riprende a risalire il mio corpo, per quanto poco ce ne sia. “Che cosa vuol dire chiara? Voglio dire, non abbiamo parlato per niente! Non ti pare?”
“Tu... glielo hai detto, questo?” Provo.
“Certo che gliel'ho detto! Gli ho detto: Ma Anis, non ne abbiamo nemmeno parlato! Cioè io me ne sono andato e tu non mi hai neanche seguito, insomma, magari dovremmo parlarne, no?”
Mi guarda come se io fossi Bushido, così mi schiarisco la voce e mormoro: “S-sì?” che spero sia la risposta che lui vuole sentirsi dire. Di sicuro so che non è quella giusta in generale; perché davvero non so cosa si aspettasse: se è consapevole che quell'uomo non lo ha seguito – ripetiamolo: non. lo. ha. seguito. - non gli viene in mente che forse non voleva? Che forse era un modo come un altro per togliersi un peso, lui, e finirla lì nel modo più facile possibile? No, non gli viene in mente perché è piccolo, lo ama, ha il prosciutto sugli occhi e tutte quelle cose lì.
“E lui sai che cosa mi ha detto?”
“No,” sospiro.
“Di che cosa vuoi parlare?” Risponde. “Mi ha detto: di che cosa vuoi parlare? Come se non fosse successo niente, cioè ma c'ero solo io in quel locale ieri? Io non lo so.”
“Bill, ascolta...”
“Voglio dire, se te ne frega qualcosa magari ne discuti no?” Continua lui, imperterrito. “Okay, ho capito, c'era quella tipa... è successo. Mi hai fatto male, ma spiegati! Giustificati! Magari posso pure passarci sopra, no? Cioè non sempre, ovvio, ma può capitare credo, che uno si lasci andare. Può capitare, no?”
E mi guarda, agitato. Le sue mani hanno ripreso a tremare e so che siamo di nuovo sull'orlo delle lacrime, una cosa che peggiora la mia già rovinosa situazione. Io sono qui seduto su un marciapiede a disegnare i cerchi nel fango, con più informazioni di quante dovrei possederne – e di quante lui sappia, per altro – e non so cosa fare. “Sì, può capitare che uno abbia una sbandata,” la prendo larga. “Ma, Bill-”
“Appunto!” Esclama lui. “Appunto. Io sono arrabbiatissimo, d'accordo, ma lui viene prima. Noi veniamo prima, quindi io penso: okay, mi hai tradito e mi hai fatto male, ma possiamo superarla questa cosa, no? Se ne parliamo! In fondo non è morto nessuno!”
“Sì, in una situazione normale, forse...” arranco. “Ma Bushido...”
“Bushido cosa?” M'incalza lui.
E io faccio una smorfia perché pensavo non mi stese ascoltando, come non ha fatto finora. Pensavo che avrebbe continuato a blaterare a caso finché non si fosse rimesso a piangere e a quel punto io gli avrei battuto su una spalla cercando di tirargli su il morale. E invece no, stavolta ascoltava. Bushido cosa? Eh, Bushido cosa. “Forse...” inizio e poi mi schiarisco la gola. “Forse avevate due idee diverse di questa relazione.”
Silenzio. Non esattamente la reazione che mi aspettavo. Così mi volto e riprendo a fare ghirigori per terra. Forse se chiudo gli occhi scompare. Se sto zitto, cambia argomento. Sto regredendo a quando avevo otto anni e mia nonna mi sgridava perché avevo combinato qualcosa. Il che è assurdo perché io in questa situazione non ho colpe, per una volta.
“Che cosa vuoi dire?”
Sospiro e poggio il bastoncino. “Bill, parliamoci chiaro, okay?” Dico alla fine, perché poi, come con mia nonna, alla fine mi stufavo di fare il vago ed era meglio dirle che sì, il cancello dei maiali aperto lo avevo lasciato io. Il maiale aveva rischiato di fuggire, punizione e via. Fine della storia. “Tu hai volutamente fatto finta di non vedere tante cose.”
“Spiegati,” e cala il gelo. Tipo che improvvisamente a Berlino è il quattro dicembre, ci sono meno venti gradi e forse ho anche un po' di neve sulla testa.
“Bushido non è un principe azzurro,” mormoro. “Non è mai stato quello che pensavi che fosse. Vi siete divertiti, ma...”
“Divertiti?” Sbraita. E lì capisco di aver scelto male le parole. Divertimento non è la descrizione giusta di quello che passava nel cervello di Bill quando compariva elegantissimo alla Villa Gialla. Divertimento non è la parola con la quale dipingeva questo idillio romantico che solo lui vedeva quando si svegliava nel letto di Bushido e in salotto c'eravamo noi tutti ma non lui. Divertimento è la realtà, amore sono le fette di prosciutto che aveva sugli occhi e che, per altro, sembra avere ancora. “Io lo amo!”
Ecco, appunto. Non ho il coraggio di dirgli niente. Quindi sto zitto.
“Chakuza, cazzo, dì qualcosa!”
“Che cosa vuoi che ti dica?” Esplodo alla fine, e lui si scosta un po', gli occhi sgranati perché non si aspettava questa reazione. “Lo so che ci sei rimasto male, credimi! Non volevo che succedesse! Ma lo hai trovato con un'altra e lui non si è preso nemmeno la briga di venirti dietro! Ha mandato me!”
Lui mi guarda, le labbra dischiuse.
“Che cosa ti aspettavi?”
In quel momento mi rendo conto che Bill, da ieri sera, non ha ancora fatto il collegamento più palese di tutti. Ieri era troppo triste per quello che aveva visto e qualche secondo fa troppo arrabbiato per la reazione di Bushido; di quello che è chiaro se ne accorge adesso, e vedo la consapevolezza che compare improvvisamente nei suoi occhi, mentre mi guarda. Vorrei riavvolgere gli ultimi tre o quattro minuti di conversazione e portare la sua attenzione altrove. “Tu lo sapevi,” mormora. Inspiro e apro la bocca per dire qualcosa, ma non me dà il tempo. “Lo hai sempre saputo! Eri lì per quello!”
Dal suo migliore amico, all'ennesimo stronzo in meno di tre secondi netti. Forse ho battuto dei record, dovrei controllare.
“Bill, ascolta...”
“No, tu eri lì per quello,” ripete. Si alza e io lo imito, giusto per non essere a terra nel caso iniziasse ad agitare quelle lunghissime gambe. “Sei sempre stato lì per quello! Chissà quante volte è successo!”
“Non volevo che tu ci stessi male.”
“Tu non...” inspira e scuote la testa. “Non lo volevi ma intanto non hai impedito che succedesse! Anzi probabilmente era a quello che servivi, tu? Non è così? A distrarmi quando lui non c'era.”
“No!” Esclamò, anche se è vero. “Ascolta...”
Lui mi spinge indietro. “Sei un bastardo,” mormora. “Siete tutti dei gran bastardi. Quanto vi siete diverti alle mie spalle? Dio... che schifo.”
“Non sapevo che diavolo fare,” mi giustifico in una maniera che non sta né in cielo né in terra, me ne rendo conto, ma non so cosa dire. In verità non avevo ancora pensato a come spiegargli la mia posizione. Ero troppo impegnato ad evitare che si facesse mandare a fanculo da Bushido, cosa che non mi è riuscita tanto bene, mi pare evidente.
“Tu hai sempre saputo che a Bushido non fregava un cazzo di me e hai fatto in modo che non lo scoprissi.”
“Speravo che lo capissi da solo!”
“E come? Come facevo a capirlo se tu lo coprivi! Hai fatto un ottimo lavoro, complimenti! Sei fiero adesso?”
Io sospiro. “No,” mormoro. “Non ne sono fiero e non lo sono mai stato. Ma non avevo molta scelta.”
Il taxi si avvicina mentre noi stiamo ancora discutendo.
“Anche ieri sera, faceva parte del piano?” Mi sibila addosso. “Lui mi scarica scopandosi la prima che passa e tu ti scopi me. Magari l'avevate anche programmata!”
“No! Non era assolutamente programmato!”
“Hai preso la palla al balzo allora,” fa lui, annuendo e aprendo la portiera. “Spero ti sia divertito, almeno. Così non ti sentirai da meno quando ne parlerete.”
“Bill, non è così!” Provo a fermarlo, ma lui mi scosta con uno spintone ed entra nell'auto, dando all'autista l'indirizzo di casa sua. Batto le mani sulla portiera. “Aspetta!”
Lui non si volta a guardarmi e l'auto riparte prima che riesca a pensare a qualcosa per impedirlo.
Merda.

*


Sono a casa da quattro ore e non riesco a stare fermo.
Ho cucinato per un reggimento ed ho finito anche per lavare i piatti a mano, un evento storico che non capitava da anni e per assistere al quale mia madre avrebbe probabilmente dato via qualche organo interno. Credo che da qualche parte nel mondo lo stiano catalogando come il primo vero segno che la fine del mondo si sta avvicinando, altro che scomparsa delle api. Non sono arrivato ancora a rimettere a posto il salotto per il semplice fatto che non so effettivamente che cosa si nasconda fra il ciarpame che si è stratificato sopra i miei mobili e, ad essere sinceri, ho un po' paura di infilarci le mani dentro. In più, ora che tutti i miei piatti brillano e che, anche volessi, non avrei più cibo da cucinare, sono troppo impegnato a fare solchi nel corridoio andando avanti e indietro per pensare a qualcos'altro che non sia quello a cui sto pensando da quando sono rientrato in casa: come rimetto a posto le cose con Bill?
Dentro di me sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Voglio dire, io sono abbastanza approssimativo come essere umano dotato di raziocinio, ho sempre dei grossi problemi ad afferrare certe dinamiche, ma era impossibile perfino per me non rendermi conto che questa situazione non poteva andare avanti per sempre e che un bel giorno, se Bill non lo avesse scoperto da solo, sarebbe toccato a me prenderlo da parte, farlo sedere, e dirgli cortesemente che poteva anche smettere di farsi vivo da queste parti perché Bushido si era divertito abbastanza e ora aveva trovato altri trastulli.
Ora, si fosse trattato del primo caso, poteva avvenire mentre non c'ero – improbabile ma non impossibile – e in quel caso sarebbe stato piuttosto semplice aiutarlo, perché avremmo gettato insieme merda su Bushido e lo avrei convinto che era un infame e che non se lo meritava uno come lui. Fine della storia.
Mi fosse invece toccato davvero prenderlo da parte e liquidarlo al posto del tunisino, sarebbe stata più dura – anche perché, come ho già detto, non sono per niente diplomatico né bravo a consolare la gente – ma in qualche modo ne saremmo usciti perché lui sarebbe stato molto triste ma io sarei stato ambasciatore che non porta pene. E invece lui è comparso mentre Bushido scopava e io gli facevo da palo: praticamente la situazione catastrofica da manuale. Se Bill non si è reso conto subito della parte da stronzo che avevo io in tutta la faccenda, sono solo stato fortunato.
Naturalmente, in tutto questo, io che cosa vado a fare? Ci vado a letto. Col ragazzino, il quale è troppo confuso per capire cosa sta facendo e cosa ho fatto io finora. “Sei un deficiente,” mi dico guardandomi allo specchio del corridoio come se quest'uomo riflesso non fossi io. “Sei un deficiente di proporzioni epiche, Peter.”
E ora – ora che Bushido gli ha dimostrato di persona quanto è stronzo e che lui è più lucido, più sveglio e meno immerso nell'amore eterno e imperituro – Bill ha fatto due più due e, dalle prove che ha di fronte, ovviamente due più due fa quattro e non cinque, come dovrebbe essere in questo caso specifico.
Io non ho certo fatto tutto quello che ho fatto per poi approfittarmi della situazione e di lui, soprattutto. Punto primo, perché non ho certo bisogno che Bushido scarichi la gente che si scopa perché me la scopi io. Punto secondo, perché non sono uno stronzo – anche se ai suoi occhi devo sembrarlo – e un merdata come questa non gliel'avrei mai fatta. Nemmeno se non fossimo stati amici, cosa che per altro eravamo prima che lui scoprisse tutto. E ora invece se chiamo nemmeno mi risponde al telefono.
Riprovo, non si sa mai. Ho perso il conto delle volte che ho appoggiato e ripreso il telefono a distanza di mezzo minuto. Squilla e poi, dopo un po', lui risponde solo per riattaccare. Mi consola soltanto il fatto che non abbia spento il telefono. Se davvero non volesse sentirmi, allora lo avrebbe già fatto; o almeno questo è quello che mi dico per darmi un minimo di speranza.
Non so bene cosa fare; però so che devo parlarci e devo spiegargli come stanno realmente le cose perché lui non può decidere di non vedermi più rimanendo nella convinzione che ho tramato alle sue spalle insieme a Bushido e che ieri notte su quel divano io mi sia approfittato di lui e della situazione. Se non vuole più vedermi, d'accordo – no, d'accordo no perché io lo voglio vedere – ma non voglio che pensi che sono uno stronzo. Perché io non sono uno stronzo e non lo so cosa mi è preso ieri sera, ma di certo non volevo divertirmi. E' Bill, cazzo. Non l'avrei mai fatto. Cazzo, cazzo, cazzo.
Devo inventarmi qualcosa.

*


Quando apre la porta, Bill ha su un musino triste che non gli vedevo addosso dai tempi in cui è uscito quel film ispirato al cane che è rimasto ad aspettare il padrone davanti alla fermata del treno, finché poi non è morto anche il cane e gli hanno fatto una statua e ora tutti i giapponesi che si danno un appuntamento, se lo danno sotto la statua del cane morto. Una roba tremenda, piena di inquadrature intense e il piano delle grandi tragedie che suona quasi costantemente in sottofondo. L'abbiamo visto insieme perché Bushido si è guardato bene dal sorbirsi la tortura e mi ha mandato un messaggio un'ora prima dell'inizio del film, dicendomi di sostituirlo. Io sono arrivato al cinema con la speranza di poter dirottare il ragazzino su qualcosa di più accettabile – fosse anche una maratona di film storici sulla guerra in Crimea sottotitolati in arabo – ma lui aveva già preso i biglietti e stava saltellando di fronte al poster di questo film, dove c'era un cucciolo di cane minuscolo e lui era già tutto preso, come se la presenza di cani piccoli non fosse già di per sé indicativa della mattonata che poi sarebbe stata il film.
Durante il film io volevo suicidarmi e proprio quando stavo per farlo, piantandomi nel collo la cannuccia della bibita dalla parte appuntita, ecco che lo sento singhiozzare. Non un pianto sommesso, veri e propri singulti, così ho messo da parte i miei propositi di suicidio e gli ho chiesto se stava bene. E quando si è girato lui aveva il musino che ha adesso sulla soglia di casa, solo che ci sono io con un mazzo di fiori in mano, non un cane morto. E non è morto nessun cane nemmeno nei giorni passati, sebbene cane e Bushido nella stessa frase – anche senza il morto – forse in questo frangente ci stanno.
“Ciao,” esordisco in maniera poco originale. E questo, ovviamente, sembra non colpirlo minimamente.
Si appoggia allo stipite della porta con tutto il corpo, costringendomi a stazionare sullo zerbino, a meno che non voglia finirgli addosso. E non voglio, quindi sto sullo zerbino.
“Che cosa vuoi?” Mi chiede.
“Parlarti,” rispondo. Questa la so. Quello che non so è di cosa, esattamente. Cioè, come al solito, una volta compreso quello che dovevo fare, ho preso il giubbotto, mi sono fiondato in auto e sono corso qui, ma non so esattamente come affrontare il discorso.
“Non hai niente da dirmi, Peter,” risponde lui e fa per chiudere la porta. Io di getto ci metto un piede in mezzo con il risultato che gli impedisco, sì, di chiuderla ma siccome lui è delicato come uno scaricatore di porto, me lo fracassa, costringendomi a tirare una di quelle bestemmie che avrei preferito evitarmi mentre tentavo di scusarmi con lui.
Mi piego in due come un riccio di mare, cercando di trattenere le lacrime, dal momento che saltellare su un piede solo in giro per il pianerottolo è già abbastanza imbarazzante.
“Oh cavolo, Chaku mi dispiace!” Fa lui, del tutto dimentico della porta. “Ti sei fatto male?”
“No, rimarrò solo zoppo per tutta la vita,” rispondo.
Mi aiuta a trascinarmi verso il muro, dove mi appoggio e provo a rimettere il piede in terra. Fa un male cane, ma non così tanto da essere rotto, quindi forse non è così grave. Alla fine sospiro e mi chino a raccogliere i fiori che mi sono portato dietro. “Non era esattamente l'inizio che avevo in mente,” commento. “Ti va se ricomincio? Giuro che avevo un motivo per essere qui.”
Lui fa un sorrisetto impacciato, poi si morde un labbro e sospira. “Visto che ti ho quasi spezzato tutte le dita del piede, ti meriti una possibilità. Vieni, entra. Ti offro una birra.”
Lo vedo che occhieggia il mio mazzo di rose, ma non dice niente. Io le nascondo dietro la schiena e lo seguo dentro casa. Sto zitto finché lui non torna con le birre e ho il sospetto che sia andato a raccogliere il luppolo per farle personalmente visto che ci mette una vita. Quando torna e dopo avermene passata una, lo vedo che si appoggia contro l'isola della cucina e guarda altrove con sguardo rassegnato prima di tornare a guardare me. “Prima che tu mi rifili qualche giustificazione preconfezionata, dimmi che quel mazzo di fiori è per tua madre,” commenta.
Mi viene istintivamente da gettarlo fuori dalla finestra, ma alla fine non lo faccio. Anche perché già mi vedo la scena di questo bouquet che vola giù per quattro piani e colpisce un'anziana signora che muore d'infarto. Così, per evitare di avere una donna morta sulla coscienza, appoggio i fiori sul tavolino da caffè, un po' più vicini a lui, ma non troppo, così forse compiranno la loro funzione ma in maniera meno imbarazzante che non dandoglieli in mano. “In realtà sarebbero per te,” balbetto. Ma sto seriamente prendendo in considerazione l'ipotesi di portarli a mia madre.
“Perché?” Fa lui, guardandomi come se le avesse ormai provate tutte con me e si trovasse ora di fronte alla necessità di ammettere la propria pesante sconfitta.
“Per chiederti scusa,” rispondo. Sono andato dal fioraio a chiedergli esattamente questo: dei fiori per chiedere scusa. Lui mi ha risposto: le rose. Ma, a mio avviso, le rose erano troppo compromettenti – voglio dire, non mi ha mica trovato insieme ad un'altra mentre stavamo insieme. Non stiamo nemmeno insieme! – così, visto che a quanto pare non ci sono fiori specifici per chiedere scusa quando hai coperto il fidanzato del tuo migliore amico mentre lo tradiva e, nel mentre, ti sei pure infilato nelle mutande dell'amico in questione così che lui ora pensa che tu sia uno stronzo, il buonuomo mi ha detto: rose rosa! Illuminandosi tutto. E io ho pensato che era così preso bene che non potevo dargli contro e poi mi sembrava una buona soluzione: le rose chiedono scusa, il rosa attenua la colpa. Chiaro.
“Rose rosa, Chaku?” Chiede ancora, Bill. E non mi sembra che condivida il ragionamento mio e del buonuomo.
“Non ti piacciono?”
Lui fa di nuovo quel sospiro privo di speranza. “Non è questo il punto è che...” sospira di nuovo e scuote la testa. “Fiori?” Ci ritenta.
A questo punto penso che non possiamo starcene qui a chiederci dei fiori e a risponderci che le rose rosa mi sembravano una buona idea. Scosto il bouquet che finisce in terra. “Okay, senti, lascia perdere i fiori, va bene?” Propongo. “Il punto è che io sono qui a chiederti scusa e a dirti che mi dispiace per tutto quello che è successo.”
“E pensi che un mi dispiace possa bastare?” Esclama sconvolto.
“No, ma da qualche parte dovrò pur cominciare!” Replico.
Lui sussulta e mi guarda di nuovo in quel modo strano. Probabilmente è perché in questa situazione io dovrei semplicemente continuare a scusarmi mentre lui si sfoga accusandomi di qualsiasi male del mondo e poi sperare che, dopo tutto questo, alla fine accetti anche le mie scuse. “Mi hai deliberatamente tenuto all'oscuro di quello che il tuo capo mi stava facendo.”
“Vero.”
“E per tanto è come se lo avessi aiutato.”
“Sì, però...”
“Non solo! Ma quando poi l'ho scoperto, hai pure fatto l'amico e mi sei saltato addosso!”
No, questo no. “Ma se mi hai baciato tu!”
“Adesso è colpa mia?”
Se dico di sì, posso anche prendere i miei fiori e uscire da questa casa, ma non è del tutto colpa mia, e non ho intenzione di addossarmela. “No, ma-”
“Allora lo vedi che è come dico io?” Mi interrompe. “Lui ti ha pure dato le chiavi dell'auto per riportarmi a casa! Non cercare di giustificarti!”
“Bill mi fai parlare o vuoi fare tutto da solo, come tuo solito?” Sbotto alla fine. Lui si zittisce subito e guarda offeso da un'altra parte, incrociando le braccia al petto con l'aria di quello che mi sta facendo un favore a lasciarmi parlare ma tanto lo sa già che sto dicendo idiozie. E io faccio finta di non vederlo, perché lo conosco e so che gli piace battere i piedi, quindi vediamo se per una volta riesco a farlo ragionare come Dio comanda e non come comanda lui.
“Bushido si è comportato da stronzo e io che gli sono stato dietro-” fa per aprire bocca ma sollevo un dito per dirgli di non azzardarsi a farlo. “... e io che gli sono stato dietro, non sono stato meno stronzo di lui. Ma non sapevo che cosa fare!”
“Potevi dirmelo!”
“Come?” Esclamo. “Come facevo a dirti che tu eri in giro con me perché così lui potesse farsi qualcun altro? Come facevo a dirti che al tuo prezioso Anis di te non è mai importato niente?”
“Smettila...” mormora lui, rabbuiandosi.
“Avrò anche sbagliato, ma non l'ho fatto perché fossi d'accordo con lui, chiaro?” Commento. “Non l'ho fatto solo perché sono un coglione e ogni volta che ti sentivo parlare di lui come se fosse l'ottava meraviglia del mondo non avevo il coraggio di dirti che così non era.”
Lui continua a non guardarmi. Attendo qualche istante ma non dice niente e non si volta, così penso che in realtà non sto sortendo alcun effetto e forse sono solo io quello a cui interessa rimettere le cose a posto. Alla fine, visto che non reagisce, ne concludo che stare qui non ha alcun senso.
“D'accordo, lascia perdere,” espiro e mi avvio verso la porta. “Comunque, tanto per chiarire, l'altra sera non avevo programmato di venire a letto con te, proprio per niente,” concludo. “Ma sei stato tu a dire che è stato un errore, non io.”
Ho già aperto la porta quando mi chiama. “Chaku, aspetta.”
“Che c'è?”
“Lo pensi davvero?”
“Cosa?”
“Che non sia un errore,” specifica, guardandomi dritto negli occhi.
Mi stringo nelle spalle. “Se lo è,” rispondo, “è uno di quelli che potrei rifare.”
Mentalmente penso che non so da dove mi sia uscita questa frase e mi vergogno anche come un cane per averla pronunciata. Il punto è che è vera e come tutte le cose più o meno vere che mi passano per il cervello, mi è uscita pure di bocca, come se avesse una corsia preferenziale. Senza filtri.
Forse non è stato proprio prudente decidere di andare a letto insieme in quel preciso momento, ma la cosa in sé no, non era sbagliata. Io gli voglio bene a questo ragazzino e di certo l'ho trattato meglio io di quanto abbia fatto Bushido in tutto questo tempo, anche se per loro – visto che ufficialmente stavano insieme – sembrava giusto andare a letto insieme e invece non lo era affatto.
Mentre lo vedo che un po' diventa rosso, ed è palesemente in imbarazzo, mi chiedo se potrei davvero pensare di stare insieme a lui e penso che in un certo senso già ci sono stato, visto che a lui ho pensato io finora, ci manca giusto esattamente quello che poi è successo nel momento sbagliato.
Quindi non lo so, magari non ha senso affrettare i tempi – siamo su un terreno minato e lui è ancora troppo confuso per poter pensare a dove mette i piedi – ma non ha senso nemmeno escludere a priori la possibilità.
“Io non so cosa pensare...” mormora alla fine incerto. “Non so perché è successo.”
“Perché mi hai baciato,” lo prendo in giro.
Lui solleva lo sguardo e poi mi mostra la punta della lingua, come a farmi una pernacchia. “Forse non lo avrei fatto se non fossi stato tu,” ammette alla fine.
E io sorrido. “E io non sarei stato d'accordo, se non fossi stato tu,” commento.
“E allora, che cosa saremmo noi di preciso?” Chiede alla fine, alzando gli occhi sgranati. “Voglio dire, se non è un errore e tu lo volevi e... lo volevo anch'io, che cosa siamo? Fidanzati? Amici?”
“Niente,” rispondo.
Lui solleva un sopracciglio. “Come niente? Ma se abbiamo appena detto-”
Gli metto due dita sulle labbra giusto perché le chiuda e la smetta di riversare su di me e su se stesso una quantità di parole senza senso che poi dovremmo spazzare via o nascondere sotto il tappeto perché sono inutili e a lasciarle in giro poi ci si inciamperebbe, facendoci male.
“Facciamo le cose con calma, vuoi?” Propongo. “Cerchiamo di non affrettare i tempi e vediamo come va. Se deve essere, succederà. Non ha senso che iniziamo a ragionare su qualcosa di cui non siamo nemmeno sicuri.” Quasi mi sorprendo di me stesso perché questa cosa sembra avere davvero un senso, dico in generale, non solo nella mia testa.
Bill annuisce. “Un po' per volta.”
“Un po' per volta,” concordo. “Per esempio, potremmo iniziare andando al cinema.”
Gli si illuminano gli occhi come al mio fioraio o come gli avessi detto che lo porto in vacanza, cosa che non posso fare perché sono al verde. “Potremmo andare a vedere qualcosa di carino.”
“Ma senza cani,” commento.
Lui ride. “Senza cani, va bene”, acconsente. Poi lo vedo che torna indietro verso il divano e recupera le mie rose, risistemando un po' il bouquet spampanato. Quindi mi prende per mano. “Andiamo?”
Andiamo. E vediamo dove arriviamo.

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