Personaggi: Chakuza, Fler, Eko, Bushido, Bill, Valezka
Genere: Commedia, Drammatico
Avvisi: Slash, AU
Rating: PG 13
Note: Storia scritta per la maritombola di maridichallenge (prompt nr.32: "AU.").

Riassunto: Non aveva gran voglia di farsi licenziare sulla base di voci che aveva nella testa ma si decise comunque ad entrare, perché la mancanza di Fler era talmente forte e talmente dolorosa, che avrebbe fatto qualsiasi cosa – per quanto sciocca – pur di liberarsene.

NO LOOKING BACK, NO WAY TO KNOW


Preparare la cena in un ristorante di lusso non era un gioco da ragazzi. Chakuza lo sapeva bene perché era il capocuoco dell'”Ersguterjunge” da quasi cinque anni ed erano stati i più lunghi della sua vita. Non che si lamentasse del posto di riguardo che ricopriva, perché aveva sgobbato come un matto per ottenerlo e lo sapevano tutti nel grattacielo che se qualcuno avesse provato a soffiarglielo sarebbe finito dritto nello spezzatino con le patate, era solo che a volte le disgrazie capitavano tutte insieme e lui aveva ancora due sole mani per occuparsene. Quella sera, ad esempio, non solo il nuovo sous chef era un disastro più del solito, ma durante la notte era mancata la corrente; così, aprendo, quel pomeriggio, avevano scoperto che metà delle scorte surgelate era andate a male, così come i fondi e le basi preparate la sera prima.
Chakuza aveva dovuto inventarsi su due piedi un menù che fosse, se non all'altezza del precedente, per lo meno accettabile, qualcosa che non screditasse il buon nome del locale. E aveva dovuto farlo tenendo presente quello che era rimasto, cioè quasi niente, e il fatto che, a quasi un anno e mezzo dalla sua richiesta, la Guten Appetit, la più importante rivista gastronomica dell'intera Germania, avesse deciso proprio quel giorno di venire a controllare l'operato del suo ristorante.
Chakuza aveva un critico impossibile da soddisfare seduto in sala e nessuna possibilità di ordinare gli ingredienti mancanti, perché la vigilia di Natale non c'erano negozi che facessero consegne, nemmeno urgenti, nemmeno se pagate più del dovuto.
In tutto questo, come se già la pessima recensione che avrebbe ricevuto e la conseguente degradazione del miglior ristorante della città a bettola di quart'ordine non fosse stata sufficiente, il ceppo di influenza più virulento degli ultimi vent'anni aveva fatto strage dei suoi camerieri e così adesso il suo capo-cameriere, nonché suo fidanzato da tre anni, stava gestendo la sala con il solo aiuto di altri due elementi che erano lì da una settimana. Era un disastro.
L'uomo in questione, per altro, aveva appena fatto irruzione nelle cucine, spingendo la porta con il sedere e tenendo in equilibrio sulle mani e le braccia un numero impossibile di piatti. “Mi serve il primo del tavolo quattro, due fettine di vitello per il tavolo sei: meno cottura, più condimento,” snocciolò a raffica, posando vassoi e recuperando stoviglie. “La macedonia del tavolo otto, il caffè del dodici e del pane all'aglio per il ventidue – si salvi chi può, ha già un alito pestilenziale e Chakuza, Chakuza, Chakuza quel tuo critico è insostenibile. Ho chiesto è tutto di suo gradimento? E lui, vedremo poi se è di mio gradimento. E io: vuole che le porti qualcos'altro? E lui: se volevo ordinare la chiamavo, intanto mi porti quello che ho chiesto due minuti fa. E io gliel'ho portato ma è sempre tutto troppo caldo o troppo freddo o troppo perfetto. Che cosa significa che è troppo perfetto? Se è perfetto è perfetto, non può esserlo troppo.”
“Fler ti vuoi calmare?” Chakuza gli piantò una mano sulla bocca e quello si zittì di colpo, come se qualcuno avesse premuto il bottone di spegnimento. “Respira ogni tanto, fa bene ai polmoni.”
Il ragazzo fece un grosso sospiro e quindi gli sorrise. “Scusa. Troppi tavoli, sto andando a velocità doppia per tenere il passo.”
“Come va là fuori?”
“Bene, a parte il fatto che ci sono venti tavoli e noi siamo in tre. Se avessimo dei pattini sarebbe tutto molto più semplice, ma immagino che questo sia contro le regole del ristorante.”
“Appena un po',” annuì Chakuza. “Che tipo è il critico?”
Fler si strinse nelle spalle. “Uno normale, niente di che,” rispose. Poi lo prese per un polso e se lo tirò dietro fino alla porta che aveva due enormi oblò trasparenti. “Lo vedi? E' quello là in fondo.”
“Me lo aspettavo diverso,” commentò sorpreso Chakuza, osservando con ancora più attenzione l'ometto alto e magro, con la faccia appuntita.
“Sembra un topo, vero?” Ridacchiò Fler. “Ha anche i baffetti.”
“Sei sicuro che sia lui? Non sembra per niente un critico.” Commentò Chakuza, sempre più perplesso. “Sono dei jeans e una maglietta, quelli?”
“E dovresti vedere il cappellino,” commentò l'altro. “Ha due piccole ali disegnate sopra. Bianche e un po' rotonde, come quelli dei cartoni animati. Te lo dico io, dev'essere per forza un critico, sennò col cavolo che lo facevano entrare qui dentro senza cravatta.”
Chakuza si staccò dalla porta con un sospiro stanco. “Mi sa che hai ragione,” disse tetro.
“Ehi, che cos'è quella faccia?” Chiese il cameriere, posando tutti i suoi piatti e prendendolo per le spalle, con uno sguardo preoccupato. “Guarda che stiamo andando alla grande! Non si è ancora lamentato nessuno, sai? Ce la caveremo, in fondo mancano solo-”
“Non dirlo,” Chakuza scosse la testa pelata e l'appoggiò al petto dell'uomo che gli stava davanti. “In questa cucina abbiamo fatto voto di non contare il tempo che passa. Abbiamo settato un orologio da cucina ad un orario accettabile e l'abbiamo nascosto. Quando suonerà, saremo liberi.”
Fler scoppio a ridere. “D'accordo allora, ti terrò all'oscuro del segreto del tempo. Comunque sappi che ormai il peggio è passato, presto potremo tornarcene a casa e dimenticare quanto è avvenuto.”
“Promesso?” Mugugnò Chakuza.
Fler lo baciò sul naso. “Promesso. Ora vado ad occuparmi dei tuoi clienti. Se non torno fra dieci minuti, vienimi a cercare, perché mi avranno preso in ostaggio.”
Chakuza sorrise e lo seguì con lo sguardo mentre assumeva una posa più elegante e tornava in sala, evitando per un pelo un altro cameriere che entrava in cucina solo in quel momento.
Pensò a casa loro, al divano, al pigiama, alle pantofole col pelo e all'energia inesauribile di Fler che aveva riempito la cucina, elettrizzando perfino i muri. Si aggrappò a quella, e continuò a lavorare.

*


Alla fine il critico aveva dato all'Ersguterjunge quattro forchette, che era un risultato ragguardevole, considerato che il massimo era cinque e che Chakuza aveva preparato una cena con gli avanzi di magazzino. Una volta chiuso il ristorante, lo chef si era permesso di festeggiare con tutti i colleghi, aprendo la bottiglia di Champagne del '75 che conservavano per le occasioni importanti. Forse una buona recensione su una rivista volubile come il Guten Appetit, che era in balia delle crisi premestruali dei suoi critici e cambiava opinione ad ogni numero, non era esattamente l'occasione importante che aspettavano, ma Chakuza pensava che il miracolo che li aveva portati in fondo a quella serata era sufficiente a giustificare l'apertura di un vino da più di 600 euro.
Non ne avevano bevuto una quantità tale da dire di essere ubriachi, ma lui e Fler erano abbastanza su di giri da canticchiare il loro trionfo contro l'esercito dei malvagi critici gastronomici quando chiuse la serranda del ristorante e si avviarono verso casa, che li attendeva a non più di cinquecento metri da lì.
Chakuza ci si era trasferito dopo aver ottenuto il posto, così da non dover attraversare mezza città ogni mattina per poter andare a lavorare. Fler non era molto d'accordo – perché, diceva, dodici ore al giorno in quel grattacielo gli sembravano già abbastanza per non doverne subire la presenza costante anche quando sedeva in salotto e lo vedeva dalla finestra – ma ciononostante si era trasferito comunque a casa del suo uomo, quando lui gliel'aveva chiesto con un messaggio di cioccolata sulla Saint Honoré più grossa che si fosse mai vista nella cucina di una persona normale, e forse era per questo – per via dell'amore ridicolo che provavano l'uno per l'altro – che quella convivenza perenne non li aveva ancora portati ad ammazzarsi a vicenda. L'appartamento, per altro, non è che fosse esattamente una reggia, anzi.
Era un bilocale ricavato da una soffitta. Il soffitto era basso – non che comunque fosse un problema per Chakuza che non arrivava al metro e settanta – e le finestre un po' piccole, ma tutte le sue scomodità erano ripagate dalla terrazza, dalla quale si poteva ammirare una vista deliziosa dei tetti della città. Fler l'aveva riempita di piante in vaso e anche di un divanetto, sul quale d'estate passavano praticamente giornate intere.
Al momento, però, non era alla terrazza che Chakuza pensava con cupidigia, bensì al suo letto morbido, al piumone viola che Fler aveva fatto il diavolo a quattro per comprare nonostante fosse estremamente lugubre e alla possibilità di smaltire lo champagne in maniera divertente.
“Sai cosa pensavo?” Chiese Fler, che ora faceva l'equilibrista sul basso muretto che costeggiava il parco pubblico.
Chakuza sollevò lo sguardo su di lui e lo osservò mentre cercava di mantenere l'equilibrio con le braccia aperte. “No, cosa?”
“Che potremmo prenderci una vacanza,” rispose quello. “Andiamo via una settimana, spegniamo i telefoni, i computer, tutto quanto. Solo io e te.”
Chakuza sorrise, infilando le mani in tasca. “Sarebbe bello.”
Fler scese dal muretto con un saltello e gli bloccò la strada, costringendolo a fermarsi. “Oh, andiamo, cosa ci vuole?” Disse incoraggiante. “In fondo sarebbero solo pochi giorni e tu non hai mai preso delle vere ferie in cinque anni. Quel ristorante potrà pure andare avanti senza di noi, no?”
“Non lo so, a chi vogliamo lasciarlo in mano?”
“Il sous-chef?” Fler fece spallucce. “Lo pagano per quello, no?”
Chakuza sgranò gli occhi, quasi inorridito. Nel giro di qualche mese quell'uomo era riuscito a fare più danni di quanti ne avesse fatti lui in tutta la sua carriera, compreso quel periodo da incubo come lavapiatti in un fast-food di infima categoria. Non si poteva pensare di dargli in mano le chiavi del ristorante e trovarlo intero una volta tornati. “Figuriamoci,” si lamentò, riprendendo a camminare. Sperò che Fler si spostasse, ma non lo fece; iniziò invece a camminare all'indietro, senza staccare mai gli occhi da lui. “Nel migliore dei casi, lo farà andare a fuoco.”
“E allora? Chi se ne frega, Chaku. Quello non è il tuo ristorante.”
“No, ma mi scoccerebbe restare senza lavoro!”
Fler sorrise. “Allora apriamo il nostro!” Esclamò, entusiasta. “Immaginatelo! Sarà bellissimo. Elegante, ma senza la puzza sotto il naso. Con una grande sala piena di tavoli rotondi e un palco con la gente che suona dal vivo. E le cucine! Ci impazzirai! Saranno enormi, e tutte d'acciaio come piacciono a te. Avrai quattro, no, cinque piastre cottura. Potrai cuocere cibo per interi eserciti e sarà il miglior cibo di tutta Berlino. E io avrò una divisa meravigliosa. Sembrerò un pinguino, ma con un sacco di stile. Ci verranno tutti, io lo so. E potremo prenderci le ferie quando ci pare.”
Chakuza sospirò malinconico, ma non poté trattenersi dal sorridere. Sognavano quel ristorante da anni e lo facevano così bene che sapevano anche di che colore fossero le mattonelle del bagno. Fler non vedeva l'ora di metterlo in piedi, ma come al solito era troppo avventato. ”E' ancora presto.”
“No che non è presto!” Protestò Fler. “Il capitale ce l'abbiamo, dobbiamo solo trovare un posto dove aprire.”
“Servono molti più soldi. E poi non è il momento.”
Fler scosse la testa con enorme convinzione. “Non è vero, serve che lo apriamo e basta,” gli prese le mani tra le sue, gentilmente. “Se aspettiamo il momento giusto, il posto giusto, la quantità giusta di soldi, non lo apriremo mai.”
Chakuza lo guardò e sospirò di nuovo, alzando gli occhi al cielo. “Dobbiamo fare le cose per bene,” tentò.
“Infatti,” annuì il ragazzo. “C'è questo posticino...”
“Fler!”
“Aspetta, aspetta! Stammi a sentire, d'accordo? E' un fondo non tanto grande, ma per cominciare va bene. Ed è dall'altra parte della città, così l'Ersguterjunge non può fargli concorrenza,” spiegò, cercando i suoi occhi che continuavano a sfuggirgli. “E' bellissimo, Chaku. Davvero. Credo di essermi innamorato.”
Chakuza studiò i suoi occhi azzurri, diventati improvvisamente enormi, acquosi e pieni d'amore per quello che probabilmente era un mezzo magazzino sgangherato e venduto a due lire, che il suo ragazzo pensava di poter prendere e rimettere a nuovo da zero. L'ultima volta che Fler aveva trovato un posto per costruire il loro ristorante e Chakuza era andato a dargli un'occhiata, aveva scoperto che impianto elettrico e tubature andavano rifatte completamente e che tutti i lavori avrebbero portato via metà della cifra che avevano messo da parte per aprire. In pratica avrebbero avuto un locale a norma di legge, ma niente tavoli dentro, figurarsi cibo da servire. Il problema non era certo continuare a cercare, era dover sopportare lo sguardo deluso di Fler ogni volta che dovevano lasciare perdere per un motivo o per l'altro. Era per questo che non voleva fare le cose di fretta. Era difficile anche sostenere lo sguardo implorante che aveva davanti adesso, però. “E va bene,” sospirò. “Andiamo a vedere questo posto che hai trovato.”
Il sorriso che si aprì sulle labbra di Fler bastò a cancellare i dubbi di Chakuza, più che altro perché valeva la pena di doverlo consolare dopo se poteva vederlo così felice. “Promesso?” Chiese.
“Promesso.”
Erano le tre del mattino e non c'era un anima in giro. La strada era completamente vuota quando misero piede giù dal marciapiede, intenzionati ad attraversarla.
Chakuza non capì da dove fosse uscito il SUV, lo sentì soltanto sterzare oltre la curva. Il tipo alla guida andava troppo veloce, a fari spenti, sbandò contro una macchina parcheggiata e perse il controllo, venendo verso di loro. L'attimo dopo, Chakuza era di nuovo sul marciapiede. Fler no.

*


Chakuza aveva smesso di ragionare due giorni prima, quando il corpo di Fler era atterrato in mezzo alla strada, dopo un volo di almeno due metri. Adesso, tutto ciò a cui riusciva a pensare era il fatto che lo aveva afferrato per la tracolla, ma che non era servito a niente perché quella si era strappata e gli era rimasta tra le mani, mentre lui veniva colpito dall'auto. Se gli avesse afferrato il braccio, forse sarebbe andata diversamente. La corsa all'ospedale era stata inutile, gli infermieri non avevano accesso nemmeno la sirena, così Chakuza aveva capito e si era messo a piangere sull'ambulanza.
Due giorni dopo, alla veglia, ancora non lo credeva possibile. Si era svegliato quella mattina non con la speranza, ma con la convinzione, che si trattasse solo di un sogno. Aveva aperto gli occhi e aveva guardato il soffitto con un sospiro di sollievo, pensando “Mamma mia, che incubo.”
Poi si era voltato e l'altra metà del letto era ancora rifatta, il completo nero era appeso all'armadio e, per quanto si sforzasse di crederlo, non era quello del matrimonio di nessuno.
Il padre di Fler se n'era andato che lui era ancora piccolissimo e, a parte sua madre, non c'era nessun altro parente. Quella donna era così disperata che Chakuza si era offerto volentieri di occuparsi di tutto così da tener occupata la testa e non pensare.
Ora che tutto era stato organizzato, però, lui non aveva più niente da fare e si aggrappava ai dettagli – un fiore appassito da togliere, una piega da sistemare – per non dover ammettere che non c'era davvero più niente, che da domani sarebbe stato solo e avrebbe dovuto continuare a vivere senza di lui, che lo volesse o meno. La bara era semplice, nera e lucida. Chakuza l'aveva fatta foderare di viola, pensando che gli sarebbe piaciuto. Era ancora tutto così confuso e così poco credibile ai suoi occhi, che gli risultava difficile pensare che il corpo che ci vedeva disteso dentro fosse il vero Fler che fino a qualche giorno prima camminava sui muretti e lo pregava di aprire un ristorante con lui. La sua mente continuava a ripetergli che doveva trattarsi di un'incredibile somiglianza, d'altronde come poteva essere morto Fler, se lo sentiva ancora così prepotentemente accanto da provare il bisogno di voltarsi verso di lui ogni volta che vedeva qualcosa di interessante o aveva un commento da fare? Non era solo una sensazione, era il calore vago ma costante che aveva sentito quando Fler era in vita e gli stava vicino ma senza toccarlo. Quando si rendeva conto di essere solo, faceva quasi paura.
“Mi dispiace per la tua perdita.”
“Grazie,” Chakuza rispose meccanicamente, prima ancora di alzare la testa e ritrovarsi a fissare gli assurdi baffetti sulla faccia da topo del critico di Guten Appetit. “E lei cosa ci fa qui? Cioè, mi dispiace, non volevo essere maleducato. Intendevo, come faceva a sapere...”
“Ero là quando è successo,” rispose l'uomo, che stavolta indossava un completo elegante, con una giacca nera a tre quarti che lo rendeva una persona completamente diversa. “Il vino della casa mi aveva dato alla testa, così ho aspettato un po' in macchina che mi passasse e ho visto il SUV venirvi addosso. E' stata una vera disgrazia.”
Chakuza non poteva dire di ricordare i dettagli di quella sera, ma tra tutte le cose che lentamente cominciavano a tornargli in mente, quell'uomo non c'era. Aveva chiamato lui stesso l'ambulanza e fino al suo arrivo, non si era fatto vivo nessuno, nemmeno un'altra auto. Era rimasto solo con Fler e con il suo assassino, privo di sensi sul volante della sua auto. “Davvero?” Chiese. “E dov-”
“Il tipo doveva essere ubriaco per guidare a quel mondo,” continuò il critico, senza preoccuparsi di averlo appena interrotto. “Non si può stare tranquilli al giorno d'oggi.”
Chakuza lo guardò senza sapere che cosa dire. Avrebbe voluto stare da solo e forse aveva tutto il diritto di chiedergli di essere lasciato in pace, ma non lo fece. Tornò a guardare Fler dall'altra parte della stanza.
“Lo conoscevi bene?”
“E' il mio ragazzo,” rispose Chakuza.
L'uomo preferì non fargli notare l'errore. “E da quanto stavate insieme?”
“Tre anni e otto mesi. Senta, adesso io dovrei davvero...”
“Un attimo, Chakuza. Non avere fretta.”
Chakuza era assolutamente certo di non aver mai detto il suo nome a quell'uomo. Era vero che il ristorante in cui lavorava era famoso, e di sicuro un critico culinario era ben informato su chi, dietro le porte basculanti, gli preparava la cena che doveva giudicare, eppure sentiva che c'era qualcosa di strano. C'era un'ombra vagamente divertita e cospiratoria negli occhi dell'uomo quando lo guardò, come se sapesse che non avrebbe affatto dovuto conoscere quel nome e lo avesse usato di proposito. “Chi diavolo è lei?” Si ritrovò a chiedere il cuoco, senza nemmeno pensare a quanto potesse essere scortese.
“Quella che hai usato è una bella scelta di parole,” sorrise il critico, frugandosi nella giacca e nei pantaloni, come se non riuscisse a trovare qualcosa.
Chakuza aveva una strana sensazione, come se l'aria si fosse fatta più pesante, ma non irrespirabile; solo incredibilmente fisica. Quando si guardò intorno, vide che erano rimasti solo lui e quell'uomo, insieme al corpo immobile di Fler nella bara. La casa era avvolta nel silenzio. “Lei non è un critico culinario.”
Il tipo sollevò un sopracciglio. “Gran bell'intuito, tigre,” commentò ironico. “Ora, se riuscissi a capire dove ho messo...Odio questo vestito, ci sono troppe tasche.”
Chakuza non era mai stato un uomo che si faceva prendere dal panico, nemmeno nelle situazioni in cui in effetti ne avrebbe avuto ogni diritto. Non che fosse razionale, quanto piuttosto lento ad afferrare bene le cose, e in quel preciso istante la sua inabilità gli tornava utilissima. Invece di agitarsi, cercò di analizzare la situazione da un punto di vista logico, sebbene la logica non fosse esattamente il suo forte. La persona che aveva davanti lo seguiva da quando avevano chiuso il ristorante qualche giorno prima, aveva un viso triangolare, con il mento un po' appuntito e curiosi baffetti neri, lo sguardo di chi sapeva un sacco di cose e non voleva dirtele ed era vestito elegante, anche se l'abito non gli cadeva benissimo. In più non gli aveva ancora detto il suo nome e le stanze messe a disposizione dalle pompe funebri per la veglia erano sprofondate in un silenzio irreale e mortuario. Razionalmente sapeva che ciò non era possibile, eppure... “Lei è il diavolo?”
Quello alzò lo sguardo su di lui, continuando a frugare nella tasca dei pantaloni come se fosse senza fondo. “Eh? No, certo che no,” lo liquidò con una smorfia impietosita. “Mezz'ora a pensare e poi se ne viene fuori con una roba del genere, incredibile.”
Chakuza si chiese se dovesse offendersi; di sicuro il borbottio dell'uomo non gli piaceva. “Beh, allora me lo dica lei chi è!”
“Ci stavo arrivando! Se solo trovassi... oh! Eccolo,” esclamò, porgendogli un cartoncino, al centro del quale era stampata la stessa aletta rotonda che l'uomo portava anche al collo, e un enorme lettera E in una calligrafia squadratissima e angolosa. “Sono Ermes, Dio della parola – saltuariamente messaggero degli Dei. Ma se vuoi puoi chiamarmi Ekram, o Eko, come fanno tutti. Sapessi perché, poi.”
Gli tese anche la mano ma la ritrasse dopo dieci minuti, quando si rese conto che Chakuza non l'avrebbe mai stretta, impegnato com'era a fissare il suo biglietto da visita.
“E' inutile che lo fissi, sai? C'è scritto solo quello, volevo qualcosa di fine e sofisticato,” commentò Eko, stringendosi nelle spalle.”
Chakuza ancora non si capacitava, tant'è che rimase col biglietto in mano. “E per Ermes intendi quell'Ermes? Scarpe alate e tutto il resto?”
“Diciamo di sì, se questo può aiutarti nella comprensione. Ora...”
“Tu non esisti.”
Eko sospirò, grattandosi la testa. “Perché non riesco mai a saltare questa parte? Voi umani siete una tale noia a volte,” esclamò esasperato. “Dunque, vediamo di fartela breve. Gli uomini spiegano il mondo attraverso il mito. Ogni mito ha un fondo di verità. Quelli come me sono il fondo di verità. In pratica qualcuno di noi, in diversi momenti della vostra esistenza, è venuto da voi, come sto facendo io ora, e ha fatto in modo che parlaste di noi. Viviamo di pettegolezzi, più ne parlate meglio è. Ultimamente non andiamo tanto forte, però, ecco perché siamo rimasti in pochi.”
Chakuza aggrottò le sopracciglia e una ruga profonda gli si formò sulla fronte. “Quindi sei qui perché io parli di te? Vuoi che scriva qualcosa o roba simile.”
“No e, prima che tu me lo chieda, non voglio neanche che tu vada in giro a predicare la mia esistenza. Innanzi tutto perché è passato di moda, e poi perché non ho intenzione di gestire milioni di fan esaltati.”
Se Chakuza poteva essere più confuso, ora lo era. Iniziò a pensare che quella confezione di funghi trifolati che aveva ingurgitato di fretta, giusto per non girare a stomaco vuoto, forse era avariata. O magari non erano funghi normali. Nonostante questo, continuò a conversare con l'allucinazione. “E allora perché sei venuto? E che cos'hai fatto a tutta la gente che era qui?”
“Non gli ho fatto niente. Smettila di agitarti prima che un infarto si porti via anche te,” commentò Eko, senza scomporsi. “Ti ho isolato dal resto dei tuoi simili a livello spazio-temporale. Pensala un po' come se fosse un messaggio privato in chat.”
Chakuza non era tanto sicuro che la metafora informatica potesse aiutarlo nella comprensione, visti i suoi trascorsi di agonia e morte con tutti i suoi pc, ma preferì non chiedere delucidazioni per non peggiorare la situazione. “D'accordo, non sei qui per prendere la mia anima e non sei qui perché io faccia proseliti in tuo nome. Non prenderla nel verso sbagliato, sono molto onorato della tua visita, ma a meno che non stiamo andando verso una gravidanza divina, uno stupro che preferirei evitare o la consegna di tavole con su qualche ordine, potremmo sbrigarci? C'è la funzione, tra poco.”
“Tu sei veramente una persona odiosa,” esclamò l'altro, ma in un modo che lasciava intendere che questo non avrebbe in alcun modo compromesso la sua presenza in quel luogo. “Come tu sia potuto sopravvivere fino all'età che hai senza farti linciare da una folla di tuoi conoscenti armati di spranga io non lo so. Ha davvero del miracoloso. Comunque,” sospirò, sistemandosi il colletto della camicia, “sono qui per darti la possibilità di rimettere a posto le cose e annullare questo sfortunato incidente.”
“Non ti seguo.”
“Non mi stupisce,” disse Eko, comprensivo, annuendo con gli occhi socchiusi. “Quando il tuo ragazzo è morto, la sua anima è migrata in un luogo diverso da questo, che tu puoi chiamare come più ti aggrada ma che per una pura questione di gusto personale e di abitudine, io chiamerò Oltretomba, che per altro è un termine piuttosto chiaro e non lascia spazio ai dubbi. Io posso farti avere un appuntamento con Ade, che gestisce questo posto, così potrai avere la possibilità di convincerlo a farti ridare indietro l'anima di Fler.”
“Vuoi dire che non è veramente morto?”
Eko lo guardò intensamente per qualche secondo, stavolta davvero indeciso se continuare o meno a parlare con lui. In fondo morivano milioni di persone al giorno, avrebbe sicuramente trovato qualcun altro più sveglio a cui dare la stessa possibilità; ma aveva studiato i piani delle Parche per settimane prima di trovare la storia perfetta, non poteva davvero buttare all'aria tutto quanto adesso. Ci voleva solo un po' di pazienza con le forme di vita inferiori. “No, voglio dire che è morto ma che la sua anima non è svanita nel nulla in un baluginare di lucette e non è finita in un quadro, in una radio o in un qualsiasi oggetto che poi prenderà vita nei momenti meno opportuni. La sua anima si trova nell'Oltretomba e, oliando la persona giusta, può essere riportata indietro e reintrodotta nel suo corpo. A tal proposito, naturalmente, Fler non può essere seppellito e il suo cadavere va fatto sparire fino a che non avrai anche l'anima, ma di quello posso occuparmi io, senza problemi.”
Chakuza ebbe bisogno di pensarci su qualche istante. “E tu che cosa ci guadagni, esattamente? Non credo che questa sia la procedura per ogni persona che muore o avremmo i cimiteri vuoti.”
“Io,” rispose Eko, avvicinando il viso ad un mazzo di rosse ed osservandone curiosamente una a pochi centimetri di distanza, “per una volta ci guadagno che mi diverto. Hai una vaga idea di quanto possa essere noiosa la vita di un messaggero degli Dei nell'era di internet? Almeno, aiutandoti nella tua impresa, mi offri una distrazione.”
“E basta?” Chiese Chakuza, dubbioso. Aveva visto abbastanza film di questo tipo, in cui un'entità sovrannaturale aiutava un essere umano ad esaudire il suo più grande desiderio, per non sapere che c'era sempre l'inghippo da qualche parte. “Non è che alla fine mi chiederei l'anima o cose simili?”
Eko buttò gli occhi al cielo e sospirò, allontanandosi dal mazzo di rose che erano diventate di un blu elettrico quasi accecante. “Oh per la miseria, Chakuza! Qual è il tuo problema, si può sapere? Sei fissato con questa storia dell'anima. Che cosa dovrei farmene, metterla in un barattolino e usarla come soprammobile? Non commercio in anime, non mi sono mai piaciute. Gemono e si lamentano, non bevono, non mangiano e non fanno conversazione. Le cose peggiori con cui passare del tempo. E io ti ho detto che mi annoio! Voglio fare qualcosa, qualunque cosa! Ti è chiaro il concetto?”
Chakuza lo guardò con un sopracciglio sollevato. “Direi di sì.”
“Bene,” annuì deciso Eko. “E se proprio vuoi ripagarmi, mi farai di nuovo quella pasta così buona che ho mangiato al ristorante. Ora, se sei finalmente convinto, posso spiegarti cosa fare.”

*


A quanto pareva, questo fantomatico signore dell'Oltretomba viveva nel grattacielo in cui Chakuza lavorava ogni giorno. Aveva sempre pensato che il suo posto di lavoro fosse un inferno, ma la situazione stava seriamente degenerando. Per quanto ricordasse giornate in cui era convinto che metà dei suoi clienti fossero l'incarnazione del demonio, faticava a credere che l'intero edificio non fosse altro – per dirla con le parole di Eko - che la manifestazione fisica sulla Terra dell'Aldilà.
Chakuza fissava le porte girevoli e non riusciva ad oltrepassarle. Non era poi tanto sicuro di quello che stava facendo perché, nonostante tutto, aveva ancora la forte sensazione che Eko e quello che Eko aveva fatto e detto fossero solo una grave forma di allucinazione uditivo-visiva; forse avrebbe fatto meglio ad andare dal medico a farsi prescrivere delle pasticche, invece che trovarsi lì.
Eko aveva impiegato pochissimo a fargli avere un colloquio con Ade e gli aveva dato appuntamento all'ultimo piano del grattacielo ma, per quanto Chakuza ne sapesse, lassù c'erano soltanto gli uffici amministrativi e, in essi, il proprietario plurimiliardario di tutta la baracca.
Non aveva gran voglia di farsi licenziare sulla base di voci che aveva nella testa – e l'uomo lo avrebbe spedito a calci nel sedere fuori da una finestra non appena gli avrebbe detto che cos'era venuto a fare, questo era certo – ma alla fine si decise comunque ad entrare, perché Eko non gli aveva effettivamente dato la possibilità di rifiutare e soprattutto perché la mancanza di Fler era talmente forte e talmente dolorosa, che avrebbe fatto qualsiasi cosa – per quanto sciocca – pur di liberarsene.
Salutò il portiere che gli fece le sue condoglianze e quindi entrò nell'enorme ascensore di vetro al centro della hall, guardando con aria dubbiosa la tessera d'accesso di cui Eko lo aveva fornito, prima di strisciarla nel lettore e venir catapultato – letteralmente – sul pavimento mentre l'ascensore saliva ad una velocità inumana e il numero sul display aumentava, superando di gran lunga i cinquanta piani che avrebbero dovuto comporre il palazzo.
Fu un trillo e una voce suadente di donna che lo avvisarono che era arrivato. Aprì gli occhi con un po' di paura, convinto di trovarsi tra fiamme violente, abissi infiniti e qualsiasi altra cosa gli avesse mai mostrato l'iconografia dell'inferno, ma non c'era niente di tutto questo. Solo un bel corridoio con i muri bianchi e il pavimento di marmo, silenzioso ma ben illuminato, con due enormi e rigogliose piante in vaso a dargli il benvenuto.
Chakuza si guardò intorno circospetto, ma non c'era nessuno, così sospirò e si diresse nell'unica direzione possibile. Se non altro all'inferno non c'era possibilità di sbagliare ufficio; l'unica porta sul piano era proprio quella in fondo al corridoio e, dalla madreperla delle maniglie, Chakuza immaginò dovesse trattarsi di quella del grande capo. Percorse tutta la strada facendosi una paranoia dopo l'altra sul fatto di bussare o meno, oppure tornare al primo piano e farsi annunciare – anche se non sapeva a chi, visto che chiedere al portiere di chiamargli l'interno di Ade gli pareva fuori discussione – ma gli bastò avvicinarsi alla porta perché quella si aprisse sulla faccia perennemente inespressiva di Eko.
“Sei venuto,” commentò con un vago accenno di sorpresa. “Dal modo in cui hai passato l'ultima mezz'ora a fissare le porte girevoli, pensavo che saresti tornato a casa.”
“Mi stavi osservando?”
“Come sempre,” Eko scrollò le spalle e, di fronte alla sua occhiata allucinata, aggiunse “Te l'ho detto che mi annoio.”
Ermes, o Eko, o quello che era, lo condusse in silenzio per altre stanze arredate elegantemente, ma vuote e così fredde da sembrare abbandonate.
“Eccoci qua” annunciò alla fine, fermandosi di fronte ad una porta più grande delle altre e nera come la notte. Chakuza si perse soltanto un attimo ad osservare i volti mostruosi che vi erano incisi sopra: demoni caprini con lo sguardo furente e lingue di serpente che si attorcigliavano per ogni dove. Eko seguì il suo sguardo e sospirò. “Non fare caso alla porta, è un pezzo unico di un architetto completamente pazzo che va di moda in questo periodo. E' brutta come non so cosa e l'hanno pagata milioni, ma a Persefone piace quindi rimuoverla non è possibile, almeno fino a quando non s'innamorerà perdutamente di qualche altro oggetto discutibile e ci costringerà tutti ad adorarlo. Comunque sia, hai dieci minuti per entrare là dentro ed esporre il tuo problema. Cerca di essere breve, ma convincente. Ade è uno che non ama perdere tempo.”
Chakuza deglutì, perché le parole non erano esattamente il suo forte. Ricordava di averci messo quasi due ore a dire a Fler che gli piaceva, e alla fine era stato lui a baciarlo perché non ne poteva più di starlo a sentire mentre blaterava cose prive di senso su cuori che battevano e sensazioni mai provate prima. Se non fosse stato per Fler, probabilmente sarebbero stati ancora in piedi di fronte alla porta di casa sua a guardarsi negli occhi senza che succedesse assolutamente nulla.
“Posso farcela,” cercò di convincersi, mentre Eko apriva la porta per lui e gli faceva strada.
La stanza era gigantesca e dall'enorme vetrata che si ritrovò davanti non appena ebbe superato la soglia si aveva una vista bellissima di qualcosa che non sapeva cosa fosse, ma che di sicuro non era Berlino. Una distesa di nuvole bianche come panna si apriva davanti a lui e dovevano essere davvero molto in alto, perché si vedeva soltanto il cielo. Quando i suoi occhi si furono abituati alla luce splendente di quel paesaggio, si rese conto che dalle nubi cominciavano ad affiorare piccole casette bianche, fino ad un enorme tempio greco, in lontananza. Eko dovette prenderlo per un braccio e trascinarlo via per impedirgli di rimanere lì a fissare di fronte a sé a bocca aperta come un cretino. “Che cos'è?” Sussurrò, guardandosi di tanto in tanto indietro, mentre il messaggero degli Dei lo conduceva altrove, in fondo alla stanza.
“E' l'Olimpo,” sospirò Eko “Ma non abbiamo tempo per il giro turistico, magari un'altra volta.”
Chakuza avrebbe voluto chiedergli altri cinque minuti di quella visione, e magari aggrapparsi a qualcosa per non venir trascinato alla presenza del Signore degli Inferi, ma non ebbe il tempo di fare né l'una nell'altra cosa perché in realtà non andarono molto lontano e il Dio in questione era già lì, per altro seduto dietro un'enorme scrivania. “E' arrivato,” lo annunciò Eko, senza tante cerimonie e con la faccia annoiata di uno che troverebbe più divertente tagliarsi le vene, prima di lasciarlo lì dov'era e spostarsi da una parte.
Chakuza si era aspettato grandi vesti nere, serpenti sibilanti e occhi come braci roventi, ma venne puntualmente disilluso; stavolta da un uomo dalla pelle color caramello, un bel completo elegante di Armani e la barba fatta di fresco. Un uomo che, per altro, Chakuza conosceva bene perché il suo viso compariva sui cartelloni pubblicitari sparsi ovunque per la città, nei quali invitava la popolazione a farsi un giro al grattacielo. Ade era Bushido, il proprietario del palazzo. Si chiese se ci sarebbe mai stata fine alla follia oppure se era entrato in una spirale della quale non avrebbe mai visto la fine. E comunque, più andava avanti, più la storia dei funghi allucinogeni sembrava credibile.
Ade sollevò lo sguardo dallo schermo del portatile che aveva davanti e lo osservò attentamente con espressione indecifrabile. “E tu saresti?”
Chakuza lanciò un'occhiata a Eko che gli fece cenno di rispondere.
“Chakuza, signor Bushido...Ade,” rispose esitante. Poi gli venne in mente che in effetti quello non era proprio il suo nome, ma un soprannome che gli avevano affibbiato alle superiori, senza che riuscisse più a schiodarselo di dosso in nessun modo. “Ma forse mi conosce come Peter Pangerl, io gestisco il ristorante al quarto piano.”
Ade annuì, del tutto disinteressato, tornando immediatamente al suo portatile. “Qualunque sia il suo problema, signor Pangerl, io non posso aiutarla. Delle questioni amministrative dei negozi ai primi 25 piani se ne occupa Persefone, chieda un appuntamento alla sua segreteria,” lo liquidò. “Perché questo tipo è qui, Eko?”
Il messaggero si affrettò a raggiungere la scrivania. “E' il ragazzo del SUV,” spiegò in fretta. “L'incidente con il tipo ubriaco, te ne ho parlato ieri.”
Bushido smise di digitare e cercò di ricordarsi la questione in oggetto. “Ma non lo avevamo già registrato?” Chiese, voltandosi verso il collaboratore, con la fronte aggrottata.
“Questo è l'altro, Bu,” sospirò Eko, alzando gli occhi al cielo. “Quello vivo.”
Bushido ci mise qualche secondo, durante il quale annuì con aria poco convinta, prima di capire. “Oh, quindi tu sei qui per la supplica,” concluse alla fine, pienamente soddisfatto di aver finalmente compreso che cosa stessero a fare tutti e tre lì in quella stanza. Si appoggiò allo schienale della poltrona e intrecciò le dita delle mani. “Allora, che cosa ti serve esattamente?”
Chakuza lanciò un'altra occhiata ad Eko, solo per trovare il vuoto cosmico nei suoi occhi, così si schiarì la voce e si preparò a rispondere; avrebbe umilmente torturato il cappello tra le mani se non avesse avuto dei problemi irrisolti con la propria calvizie. Stava per aprire bocca quando la porta laterale si spalancò, riversando nella stanza un rumore secco di passi.
“Anis, ci sono di nuovo problemi con le consegne. Ho i demoni di metà gironi a letto con l'influenza. Sono sotto organico e i miei nuovi stagisti sono bloccati sulla riva dello Stige insieme ad altre 200.000 anime perché l'acqua si è abbassata di due centimetri e Ari non vuole rischiare la barca. Io ti giuro che questa volta lo licenzio e non m'importa che siate amici dai tempi della scuola. Chiaro?”
Chakuza osservò la persona che era appena entrata ondeggiando su un paio di alti stivali in pelle nera tacco 12 e la mascella gli si sganciò finendo per penzolargli inerme dalla bocca. Gli sembrò quasi di sentirne il rumore, soprattutto quando, nello stesso istante, la persona in questione si voltò verso di lui, come se lo vedesse per la prima volta. “Oh, salve,” mormorò, stirando appena le labbra in un sorriso gentile. “Tu devi essere il postulante delle undici.”
“Sì?” Chiese Chakuza, un po' perso negli occhi color ambra e nel viso perfetto della creatura che aveva davanti. “Cioè, sì, sono io. Naturalmente.”
“Persefone, ma puoi chiamarmi Bill,” disse, allungandogli una mano da stringere. Poi il suo viso si contrasse in un'espressione di cordoglio apparentemente molto sentito. “Mi dispiace molto per la tua perdita.”
“Grazie,” mormorò Chakuza, sempre più inebetito, mentre osservava Bill che tornava a voltarsi verso Bushido perdendo quell'espressione di compassione.
“Amore, hai sentito quello che ho appena detto?” Chiese.
Bushido socchiuse gli occhi soltanto per un istante, riaprendoli prima che il gesto sembrasse troppo infastidito e suscitasse le ire della sua dolce metà. “Sì, ti ho sentito. Cerca di riorganizzare i demoni meglio che puoi. In quanto ad Ari, lo chiamo appena ho finito qui, d'accordo?”
“Sei un tesoro” Bill fece un sospiro innamorato e poi si sedette con tranquillità sul bracciolo della sedia di Bushido. “Ma continuate pure, scusate se vi ho interrotto.”
“Stavi dicendo?” Lo incalzò Ade. “Se riuscissi a condensare la questione in due minuti, te ne sarei grato. Come hai potuto sentire, abbiamo un'epidemia non voluta in corso e, dal momento che qui la gente, come puoi immaginare, non può morire di nuovo estinguendo il virus, dobbiamo fermarla prima che finiamo tutti a letto malati per l'eternità. Vuoi continuare?”
Chakuza annuì, prima ancora di aver riordinato le idee. “Dunque, il mio fidanzato, è stato investito da un'auto qualche giorno fa e ha perso la vita,” deglutì a fatica perché quella era la prima volta che lo diceva sul serio, ad alta voce, consapevole di quello che stava dicendo e non preso nel delirio che era seguito alla morte e all'organizzazione per il funerale e la sepoltura. “Aveva un sacco di progetti ed era buono, molto più buono di me, non si meritava di morire. Io sono qui a chiederle di dargli una seconda possibilità.”
Bill si profuse subito in un uggiolio mesto e triste, mentre Bushido si schiariva la voce e spostava una costosissima penna stilografica, da un posto inutile all'altro, giusto per recuperare un tono che Bill gli toglieva stando appollaiato lì di fianco. “Capisco la tua situazione, Chakuza, e mi dispiace, dico davvero. La morte è una cosa dolorosa e nessuno al mondo lo sa meglio di me, visto che è da me che dipende, ma ci sono delle regole che devono essere rispettate per il bene dell'intero sistema.”
Fino a quel momento, Chakuza aveva pensato di stare sognando e che avrebbe provato a chiedere solo per il gusto di farlo, senza crederci davvero; d'altronde era impensabile che l'inferno si trovasse all'interno del grattacielo e che il proprietario fosse Ade. Quando però si sentì rispondere di no, la delusione fu talmente enorme e pesante da schiacciargli il cuore fino a ridurlo a pezzi. “E' morto per colpa di una persona che non avrebbe dovuto trovarsi al volante in quello stato, e che al momento è viva mentre lui no,” insistette, ora con rabbia invece che disperazione. “Per questa persona le sue regole non valgono?”
“Non è così che funziona, Chakuza,” mormorò Ade, con tono conciliante e quasi affettuoso. “Non è una questione di meriti, ma di destino. Le persone buone non vivono più di quelle cattive solo perché se lo meritano di più. Tutto dipende da com'è stato filato il filo della loro vita. Quello di alcuni è semplicemente più corto di quello degli altri e, per quanto questo faccia male, dobbiamo sopportarlo.”
“Se lei è Ade e il destino viene filato, allora ci sono anche tre Parche che decidono quando tagliare,” disse Chakuza, stringendo i pugni. Bushido guardò Eko che sollevò le mani come a dire che lui non c'entrava assolutamente niente. “Magari hanno sbagliato le misure, magari il filo doveva essere più lungo, magari...”
“Chakuza, vorrei davvero aiutarti,” lo interruppe Bushido, “ma se rimandassi indietro tutte le anime delle persone care che mi vengono richieste, questo posto sarebbe vuoto. Senza contare, naturalmente, che la vita non avrebbe alcun senso, avendo eliminato la morte, ti pare?”
Bill accarezzò il braccio di Ade, mordendosi un labbro, ma non disse niente, ed Eko si agitò sul posto, improvvisamente nervoso.
Sulla stanza calò un silenzio pesantissimo, a cui Bushido sapeva di dover rimediare di persona, dopo esserne stato la causa. “Posso fartelo vedere un'ultima volta, se vuoi,” disse, con una certa riluttanza e, quando l'altro sollevò di scatto la testa, con un'espressione tra la speranza e la sorpresa, aggiunse “ma devo avvertirti che lui potrebbe non riconoscerti e che sarà molto più doloroso quando dovrete separarvi.”
Chakuza sapeva di doverci pensare, di dover valutare i pro e i contro, sapeva anche che vederlo per un attimo avrebbe raddoppiato il dolore ancora non sopito di vederselo portare via così improvvisamente, ma nessuna ragione sembrava valida di fronte alla possibilità di rivedere il volto di Fler, anche per un istante, anche senza poterci parlare. “Voglio vederlo,” mormorò debolmente. “Posso vederlo?”
“Deve ancora attraversare il fiume,” intervenne Bill, intuendo la decisione del compagno. “L'ho visto stamattina.”
“Sarà molto solido, Chakuza,” lo avvisò Bushido. “Sembrerà in vita.”
“Non importa, voglio vederlo.”
Bushido chiuse gli occhi e li riaprì, l'aria ebbe un fremito impercettibile e poi si quietò subito. “Quando sei pronto, puoi girarti. E' dietro di te,” disse l'uomo.
Chakuza si voltò molto lentamente e non lo cercò con gli occhi, lasciò che la sua figura massiccia e un po' luminosa entrasse da sola nel suo campo visivo. “Fler...” mormorò.
L'anima rimase immobile e continuò a fissare dritto davanti a sé, come fosse ancora su quella riva dalla quale Bushido l'aveva richiamata. A guardarlo, sembrava che non fosse mai morto. Era solo un po' più brillante e la luce che risplendeva da dentro, gli illuminava la pelle rendendola ancora più bianca e più liscia di quanto non fosse mai stata.
Chakuza trattenne il respiro pur rendendosi conto che, anche se avesse urlato, lui non si sarebbe mosso. Lo guardò come quando, certe mattine, si svegliava prima di lui e lo osservava dormire. Sapeva che il tempo avrebbe messo le unghie sull'immagine che aveva di lui nella sua testa e l'avrebbe fatta a pezzi, anno dopo anno, finché sarebbero rimaste soltanto le foto a ricordargli le mille sfumature del suo sorriso, così pensò che se lo guardava abbastanza a lungo, se cercava di cogliere ogni dettaglio, anche quello più insignificante, e di marchiarlo a fuoco nella memoria, forse lo avrebbe ricordato sempre chiaramente anche dopo che se ne sarebbe andato di nuovo per sempre.
“Chakuza,” lo chiamò piano Bushido. “E' tempo.”
“Io e Fler stavamo insieme da tre anni e ci conoscevamo da molto di più,” disse Chakuza senza voltarsi e senza dare troppo ascolto al Dio degli Inferi. “Io non credo di poter vivere senza di lui.”
Alle sue spalle, sentì il gemito commosso e sospirante di Bill. “Oh Anis, tesoro,” mormorò “Non c'è proprio niente che possiamo fare?”
Bushido rimase in silenzio a lungo. “Come ho già detto, mi dispiace e sono davvero addolorato per questa situazione, ma una volta varcate le porte dell'Ade, tornare indietro destabilizza l'intera struttura infernale.”
Chakuza ebbe un sussulto. Allora è finita davvero, pensò. Se forse poteva convincere Ade a ridargli Fler, di certo non lo avrebbe mai convinto a distruggere il proprio regno per questo. Non c'era speranza.
Gli stivali di Bill tornarono a ticchettare sul pavimento, quando scese dal bracciolo della poltrona. “Ma Fler non ha ancora varcato la soglia,” esclamò, facendo voltare di scatto Chakuza ed emettere un suono frustrato a Bushido. “Se non attraversa il fiume, potrà tornare senza danni.”
“Le regole non lo permettono.”
“Sì, se lui lo accompagna fuori,” intervenne Eko, che fino a quel momento si era limitato a fissare apatico qualunque cosa stesse avvenendo di fronte ai suoi occhi rotondi. “In fondo, ci sono dei precedenti.”
Lanciò un'occhiata a Bill che s'illuminò con un sorriso e Bushido scosse la testa, sbuffando infastidito. “La nostra storia è completamente diversa.”
“Non poi così tanto,” insistette Eko. “In fondo si tratta solo di regole.”
“E tu puoi cambiarle,” esclamò Bill, “Soltanto un pochino.”
Eko si fece avanti, passando così vicino a Fler che Chakuza quasi chiuse gli occhi per non vedere la manica della sua giacca passargli attraverso e rivelare che, per quanto apparisse solido, in realtà era fatto di niente. “D'altronde non è che nel corso della storia tu non abbia mai fatto cose del genere, Bu,” commentò.
Bill prese il volto di Bushido tra le mani e lo costrinse a guardarlo. “Anis, ti prego, diamogli una possibilità. Si amano così tanto che se la meritano, no? Anche il Dio dell'Amore sarebbe contento. Sono sicuro che apprezzerebbe e vi aiuterebbe a diventare amici.”
“Bill, tuo fratello non sarebbe amico mio nemmeno se finalmente gli concedessi di passare il tempo con Cleopatra, come vorrebbe. Figuriamoci cosa gliene frega a lui se questi due stanno insieme oppure no.”
Bill abbassò pudico la testa e, giocando distrattamente con un piede sul marmo del pavimento, commentò: “Ma se esaudissi questo mio desiderio potrei tornare da lui solo tre mesi invece dei soliti sei.”
“D'accordo, va bene!” Esclamò l'uomo, esasperato, suscitando la prima risata di Eko in almeno due anni e il battere incontrollato delle mani di Bill. “Ma alle mie condizioni.”
Chakuza si fece avanti, guardandolo con tanta di quella speranza negli occhi, che Bushido se ne sentì quasi travolgere e fu un fastidio fisico, come il tocco di qualcosa di velenoso. “Potrai portare Fler fuori di qui, a patto che, una volta uscito da quella porta, tu percorra tutta la strada a ritroso, senza mai voltarti indietro a guardarlo,” spiegò Bushido. “Sta' ben attento a quello che ti dico. Non potrai posare gli occhi su di lui nemmeno una volta, nemmeno per poco, finché entrambi non sarete usciti alla luce del sole. Se lo farai, Fler tornerà a me per sempre.”
Chakuza non aveva alcun motivo per starci a pensare e, anche se lo avesse fatto per giungere alla conclusione di accettare, di certo non avrebbe afferrato la difficoltà del compito che gli veniva assegnato, o il rischio che avrebbe corso a buttare anche solo un'occhiata. “D'accordo,” annunciò.
“Eko, accompagnalo,” ordinò Bill e, quando Bushido lo guardò con l'aria di non essere esattamente d'accordo con lui, aggiunse: “Riporterà indietro Fler nel caso Chakuza dovesse fallire ed eviterà qualunque tipo di problema possa presentarsi.”
Eko chiese conferma al Dio degli Inferi e quello finì per acconsentire.

*


Il suono della voce di Fler arrivò quasi contemporaneamente al chiudersi della porta.
Chakuza sentì il tonfo sordo e pneumatico e subito dopo Fler che lo chiamava. Non aveva visto che la sua forma si era fatta più definitiva e meno luminosa, che i suoi occhi s'erano schiariti fino a perdere l'apatia e la confusione che vi avevano dimorato fino ad un attimo prima. Adesso non era più sulle rive dello Stige ad aspettare un passaggio che non arrivava, era in quel corridoio, consapevole di trovarsi lì, ma non di essere morto e del tutto ignaro del perché Chakuza gli camminasse davanti, in silenzio, e non si voltasse quando lui lo chiamava. “Chaku, guardami per favore,” disse mentre scendevano le scale dell'ultimo piano. Il cuoco aveva sperato di ridurre quella pena con un viaggio in ascensore, ma sarebbe stato ovviamente troppo facile. Eko lo aveva subito avvisato che quello non avrebbe funzionato e, difatti, quando c'era arrivato davanti, la pulsantiera era spenta e l'apparecchio ricoperto di ragnatele e grigio come se non fosse in funzione da secoli quando, invece, lo aveva usato nemmeno mezz'ora prima. “Chaku perché non vuoi girarti?” Insistette Fler, la cui voce andava facendosi sempre più disperata man mano che scendevano, in un modo in cui non lo aveva mai fatto prima di allora. Fler era quasi sempre felice e, quando capitava che non lo fosse, difficilmente era così disperato. Il suo modo di reagire al dolore era sempre positivo, sentirlo così distrutto gli spezzava il cuore.
Strinse i pugni e i denti e si ricordò che non poteva rispondergli. Eko gli aveva suggerito di non farlo perché parlarci lo avrebbe più facilmente portato a voltarsi, e quella era una cosa che non voleva fare.
“Siamo al quarantesimo,” annunciò Eko, che avrebbe dovuto essere lì per Fler, ma in realtà camminava al suo fianco, seppur con aria disinteressata.
“Peter, ti prego,” Fler non smetteva mai di chiamarlo o di cercare di attirare la sua attenzione, ma non aumentava il passo per raggiungerlo né cercava di avvicinarlo. E questo era ancora peggio perché, dopo altri dieci piani in cui non aveva fatto altro che chiamarlo e chiedergli perché non volesse parlare con lui, Chakuza aveva cominciato a provare il bisogno di dargli retta. E, se lui non poteva farlo, cominciava a sperare che almeno Fler allungasse una mano, gli tirasse la maglia e lo costringesse a voltarsi. Sarebbe stato tragico ma forse, quando lo avrebbe guardato per l'ultima volta, la sua voce avrebbe perso tutto quel dolore che in questo momento lo tormentava in maniera così profonda.
“E poi dove stiamo andando?” Chiese Fler. “Che posto è questo? Che cos'è successo?”
Chakuza si chiese se, una volta fuori, l'altro si sarebbe ricordato dell'incidente, della morte, dell'Inferno e di tutto ciò che stava avvenendo in quel momento o se si sarebbe risvegliato da qualche parte, senza la minima idea di cosa avesse passato.
Tutte le domande, comunque, rimasero prive di risposta. La loro eco proseguì per qualche istante lungo le pareti dei corridoi vuoti e poi si spense, lasciandoli nel silenzio, fino al lamento successivo di Fler.
“Ancora venti,” annunciò Eko, che teneva la testa ben sollevata e vigile, a differenza di Chakuza che si guardava le scarpe nel vano tentativo di trovarle più interessanti di qualunque altra cosa. Nemmeno l'Olimpo fuori dalle finestre sembrava incuriosirlo.
“Perché non si sentono le urla dei dannati?” Chiese dopo un po' che camminavano in silenzio e perfino i richiami di Fler si erano fatti più deboli.
Eko sospirò. “Perché non ti chiami Dante e io non sono Virgilio,” rispose subito, intuendo l'immagine che il cuoco doveva avere in mente. “E' vero che ci sono i gironi, lo Stige e Caronte ma abbiamo anche delle mura insonorizzate. Persefone ci farebbe uscire tutti quanti di cervello se le anime si sentissero fin qui, ti pare?”
Al decimo piano, Chakuza si sentì libero di ricominciare a respirare. Non completamente, forse, soltanto un po', ma abbastanza da non sentire più quella presa alla gola, come se una mano gelida avesse tentato di strangolarlo lungo tutta la strada. Ancora poche rampe di scale e avrebbero rivisto la luce del sole, Fler sarebbe tornato in vita e avrebbero potuto riabbracciarsi di nuovo. L'incidente e la bara sarebbero stati soltanto un ricordo lontano, forse perfino soltanto suo.
Quando misero piede nell'atrio, quello era vuoto come tutti i piani che avevano appena oltrepassato. Non c'era nemmeno il portiere che aveva salutato entrando, quindi si chiese se fossero davvero nel mondo reale o se, uscendo da quelle porte girevoli, avrebbe trovato nuvole e case – o fiamme e crateri – e in realtà Ade non avesse mai pensato davvero di lasciarli uscire.
Il sole, però, filtrava attraverso le finestre, ed era così bello e chiaro in confronto al buio da cui proveniva, che Chakuza si sentì subito meglio. “Ci siamo quasi, Fler,” ebbe il coraggio di dirgli. “Ancora qualche passo e potremo tornarcene a casa.”
Fu allora che si accorse che l'eco dei passi che sentiva adesso era solo la sua. Eko li aveva seguiti sempre aleggiando a qualche centimetro da terra, così il rimbombo gemello del loro camminare era stato un rumore continuo fino a... Chakuza non ricordava. Forse nell'atrio, o forse anche prima.
Il panico che lo assalì prese di nuovo la forma della mano gelida, ma stavolta la stretta fu più forte e più violenta, quasi uno strattone che lo portò a voltarsi senza pensare a niente. Sentì il grido di Eko ma era già tardi, quando posò gli occhi su Fler, la sua immagine tornò a vacillare, come quella di un televisore mal sintonizzato. Nell'avvicinarsi all'uscita, Fler si era fatto più vivo e, sebbene non ricordasse gli eventi che lo avevano portato fin lì, cominciava a sentire quell'eco di dolore che era il ricordo della botta datagli dal SUV, e si era attardato qualche metro più indietro a massaggiarsi la spalla e il fianco.
Quando i loro occhi si incontrarono, tutto fu improvvisamente chiaro anche per lui e in quell'unico terrificante istante, anche lui capì che cosa sarebbe successo. “Peter!” Gridò disperato, tendendo la mano che diventava sempre più bluastra, trasparente e luminosa.
Chakuza tornò indietro correndo e si gettò a terra con lui, stringendolo forte contro il proprio corpo, come se dandogli qualcosa a cui aggrapparsi potesse impedirgli di sprofondare. “Tieniti a me!” Gli mormorò sulla pelle. “Non ti lascio, Fler! Non vai da nessuna parte.”
Lanciò un'occhiata disperata ad Eko, che aveva gli occhi sgranati e una smorfia di dispiacere a piegargli le labbra. Si guardò intorno allarmato e poi guardò l'orologio rotondo sul muro sopra di loro, che segnava orari impossibili e andava all'indietro velocemente, riavvolgendo il tempo che per tutti quei piani era stato concesso loro. Deglutì e chiuse gli occhi. “Portalo fuori,” ordinò seccamente.
“Cosa?” Chiese Chakuza. “Sta svanendo.”
“Se esce di qui prima che sia scomparso del tutto, si salverà,” gli disse Eko.
Chakuza osservò Fler che digrignava i denti, forse per il dolore, o forse perché di lui non era rimasta che un'ombra pallidissima, attraverso la quale riusciva a vedere il pavimento.
Eko ruggì e li tirò su entrambi per gli avambracci. “Muovetevi!” Abbaiò. “Fuori di qui, ora!”
Chakuza strinse forte la mano di Fler e si mise a correre, senza voltarsi indietro come avrebbe dovuto fare fin dall'inizio, infilò la porta girevole e quando il sole gli accarezzò il viso, sentì le dita dell'altro stringersi fortissimo intorno alla propria mano, solide e concrete. Sorrise.

*


Il ticchettio dei passi lo costrinse a rannicchiarsi ancora di più. Mai come in quel momento avrebbe desiderato avere il potere di teletrasportarsi altrove, come tutti gli altri Dei; ma Zeus sosteneva che per lui era inutile, visto che poteva svolazzare dove voleva a velocità supersoniche. Peccato che, in questo caso, non potesse andarsene volando senza essere intercettato.
“Eko, vieni fuori, tanto lo so che sei lì. Le alucce delle tue scarpe da ginnastica fanno rumore.”
Eko imprecò sottovoce, alzando gli occhi al cielo e stringendo le ali tra le mani, senza pensare che questo le avrebbe fatte fermare. Perse stabilità fino ad appallottolarsi e quando la porta dell'armadio fu aperta, lui ne uscì arrotolato su se stesso.
Si disincastrò a fatica, accompagnato dal fremere indispettito delle sue alucce e sorrise incerto e impaurito, di fronte alla figura sinuosa di una donna. “Atropo!” Esclamò, fingendosi sorpreso. “Che bello vederti!”
“Non usare il mio vero nome, quello è per chi se lo merita. Per te andrà benissimo Valezka,” sibilò lei, incrociando le braccia al petto e guardandolo malissimo. Al suo fianco, il chihuahua isterico di Persefone ringhiava ininterrottamente da quasi due minuti, scuotendosi tutto nel suo cappottino rosa di chiffon.
“Come mai da queste parti? Portavi Cerbero a fare i bisogni?” Tentò, con un altro sorriso ebete.
Lei non cambiò espressione. Il suo bel volto era teso e gli occhi scuri così profondi che Eko poteva perdercisi dentro per un motivo molto diverso dal solito. “Sai benissimo perché sono qui,” disse. “Rivoglio il mio libro.”
“Quale libro, tesoro? Non ho nessun libro,” Eko cominciò lentamente ad arretrare.
“Il mio libro dei morti,” sibilò lei, avanzando. “Quello su cui sono scritti i destini che Lachesi decide per i mortali. Tu sei entrato nel nostro studio e mi hai distratta per sottrarmelo!”
Eko avrebbe voluto dirle che, in realtà, era entrato nel loro studio col fine ultimo di limonarla come al solito a due passi dall'arcolaio di Cloto; l'idea di rubare il libro dei morti per pasticciare con qualche anima era venuta dopo, ed era stata così allettante che non aveva saputo trattenersi. Quindi in sostanza, non l'aveva distratta per prendersi il libro. Era stato il libro che aveva distratto lui dal limonarsela. Forse non era meno grave, ma per lo meno gli spettavano delle attenuanti.
“Allora?” Lo incalzò Valezka, tendendo la mano.
Eko ridacchiava nervosamente, sudando freddo. Strisciò sul pavimento ancora per qualche metro, con gli occhi della sua ragazza e del piccolo cane sempre puntati addosso. “Ma tesoro, come ti viene in mente che potrei averlo preso io?”
“Perché solo tu sei entrato in quello studio,” rispose lei. “E poi sei stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza, quindi piantala con le idiozie.”
Eko maledisse mentalmente quei marchingegni elettronici. La sua vita di spensierato ladruncolo era molto più facile quando il mondo era giovane e nessuno ti puntava addosso occhi meccanici mentre tentavi di fregargli qualche oggettino prezioso. “Vale, non ti arrabbiare,” cercò di blandirla. “Non volevo fare niente di male.”
“Rubare documenti secretati per cambiare i destini degli esseri umani è un reato punibile con l'espulsione dall'Olimpo, Ermes,” gli fecce notare lei.
Eko incassò le spalle. “In realtà io non ho fatto niente del genere,” si difese. “Ho solo suggerito al ragazzo che c'era la possibilità di conferire con Ade. Tutto il resto è avvenuto al di fuori del mio controllo. E' stata Persefone a proporre per prima di rispedire l'anima a casa, non io.”
Le labbra di Valezka non si aprirono in un sorriso di fronte all'abile mossa con cui si era tratto d'impaccio, anzi si tesero ancora di più. “Sai una cosa? Non m'importa con quale atroce sofferenza finirai per essere punito, io rivoglio solo il mio libro.”
Eko ci provò di nuovo, d'altronde negare anche l'evidenza era la prima regola per sopravvivere. “Te l'ho già detto, tesoro, io non--”
“Me lo ridai o devo dire a Cerbero di attaccare?”
Il cagnolino abbaiò furiosamente ed Eko deglutì, consapevole che quell'esserino malefico e microscopico era stato addestrato a mordere con violenza i gioielli di famiglia. Non c'era bisogno che a fare la guardia alle porte infernali fosse un dobermann a tre teste grosso come un toro, quando avevi un cane in grado di mettere in ginocchio un uomo di centottanta chili con un morso solo.
Persefone aveva battuto i piedi per averlo e adesso non c'era niente che amasse e viziasse di più in tutto l'universo, fatta esclusione per Bushido, naturalmente. Cerbero aveva una stanza del palazzo tutta per sé, e anche un cuoco personale, un massaggiatore, una cameriera che lo faceva giocare quando si annoiava e, nei momenti in cui alla sua padrona sembrava depresso, perfino uno psicologo che lo ascoltasse. Invece Eko, che era un Dio e nemmeno uno di quelli minori, doveva annoiarsi a morte perché non aveva assolutamente niente da fare e seguire il suggerimento di Ade di trovarsi un hobby per passare il tempo senza appestarli tutti con le sue lagne – parole sue – non stava avendo i risultati sperati. Francobolli, monete e giardinaggio si erano rivelati quasi più noiosi che passare le ore a fissare il cielo immutabile dell'Olimpo fuori dalla finestra.
“No, non farlo attaccare” mormorò alla fine, decidendo che nemmeno un morso letale alle parti basse sarebbe stato divertente. Estrasse il piccolo libro dalla tasca interna della giacca e lo porse alla seconda delle Parche. “Eccolo qua.”
Valezka glielo strappò di mano e ci sbirciò dentro per controllare che fosse tutto a posto. “Sappi che se mi fai un altro scherzo del genere, troverò quel filo di pessima lana che ti tiene insieme la vita e riuscirò a tagliarlo anche se sei immortale. Ci siamo intesi?”
Eko annuì velocemente, terrorizzato.
“Bene. Ora fossi in te comincerei a mettere in moto il cervello, perché Ade è furioso ed è appena uscito a cercarti. Vedi di trovare il modo di placarlo, è tutta la mattina che fa piovere e io devo andare dal parrucchiere; i miei capelli non devono rovinarsi, altrimenti ci penserò io ad ammazzarti, se non l'avrà già fatto lui.”
Cerbero sbuffò, come a sottolineare il concetto, poi entrambi si allontanarono. Eko li seguì con lo sguardo e non si alzò da terra finché non fu certo che non sarebbero tornati indietro.
Pensò che poteva passare da casa a prendere due cose e poi andare a chiedere asilo ad un'altra religione, ma non ce ne fu il tempo; da qualche parte, appena un piano sopra di lui, Bushido stava chiamano il suo nome e il tuono della sua voce non prometteva niente di buono.

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